Meglio il libro o il film? Ce l0 dice una Geisha

Memorie di una geisha è un romanzo pubblicato nel 1997 da Arthur Golden, dal quale è stato tratto il film omonimo nel 2005, diretto da Rob Marshall. 

Io non mi aspetto mai che un romanzo e un libro siano identici riguardo la trama e accuratezza di dettagli. Ci sono dei casi in cui la trama di un romanzo è così fitta, che inevitabilmente questa viene modificata, per esigenze legate alla tempistica delle pellicole, e alcune parti presenti nel libro, nel film scompaiono del tutto. Prendiamo il quarto capitolo della saga di Harry Potter. In Harry Potter e il calice di fuoco, gioca un ruolo chiave il personaggio della giornalista Rita Skeeter. Nel film, il personaggio non è così cattivo né così essenziale come nel libro, eppure compare.

Leggendo e guardando Le memorie di una geisha, si ha l’impressione di leggere e guardare due cose completamente diverse. 

In entrambi i casi, il personaggio principale è quello di Chiyo, ragazzina che finisce in una okiya, la casa delle geisha, nel quartiere di Kyoto di Gion. 

Chiyo, dopo lunghi sforzi e fatiche, diventa una geisha. Il colore dei suoi occhi è simile a quello delle rocce del mare, al fazzoletto che la lega all’uomo di cui lei si innamora sin da piccola, al vento al quale desidera abbandonare il fazzoletto, che porta con sé nelle maniche del suo kimono.

Tengo a precisare che la geisha è tutto fuorché una prostituta. La geisha deve saper muoversi con grazia, danzare con stile, modulare la voce, mantenere un atteggiamento decoroso in ogni singola occasione. Deve vestire con gusto, studiare con impegno, imparare tante cose. Le geisha sono come delle seconde mogli, hanno domestiche che si prendono cura di loro e conducono una vita molto rigida incentrata sull’educazione. È emblematico, nel romanzo di Athur Golden, il passaggio che descrive le acconciature delle geisha. Ci vogliono ore soltanto per preparare i capelli, e una volta fatti, la geisha deve dormire, di notte, supina, con la testa sollevata su una base di legno, per evitare di danneggiare il rigonfiamento di capelli dietro la testa. Quella della geisha è una vita complicata, bella per molte ragioni, brutta per altre. 

Comunque, la geisha non è una prostituta. Per citare ancora una volta l’autore, Golden, esiste una differenza sostanziale fra il vestito delle geisha e quello delle prostitute. Nel primo caso, il kimono è molto più sfarzoso, e la grande cintura che cinge il vestito è chiusa da un grande fiocco alla base della schiena; questo significa che la geisha non può vestirsi da sola, il suo vestito è fatto apposta per donne che non sono costrette a spogliarsi continuamente per accogliere clienti. Nel caso delle prostitute, il grande fiocco è invece sulla pancia, le ragazze riescono a farselo da sole; questo perché devono spogliarsi e rivestirsi continuamente per i loro clienti.

Chiaramente, certe cose nel film non vengono spiegate. Comunque, la differenza sostanziale fra il film e il libro Le memorie di una geisha è nel finale. 

Nel romanzo, Chiyo, una volta diventata geisha con il nome di Sayuri, vive mille peripezie. Si trova anche ad affrontare la guerra, sebbene Sayuri, data la bellezza dei suoi occhi, riceverà molti favori da uomini illustri. Alla fine del romanzo, Sayuri riesce a congiungersi con l’uomo che ama, chiamato nel libro come Presidente, del quale si innamora soltanto in adolescenza e che continuerà costantemente ad amare per tutto il tempo. Anche il Presidente si innamora di Chiyo subito, quando lei è ancora una ragazzina, e aspetterà con ansia la sua trasformazione in donna e la possibilità di unirsi a lei. Nel romanzo, il rapporto fra Sayuri e il Presidente ricorda molto un legame coniugale: la struggente confessione d’amore, il fazzoletto che lega il ricordo del primo incontro all’anima dei due innamorati, quello che diventa un legame di rispetto reciproco e di amore, sono alla base del finale del romanzo. 

Nel film, la faccenda è molto più semplicistica: Sayuri diventa la compagna del Presidente, stanno insieme e il suo piacere più grande è quello di compiacere il suo protettore. 

Il cuore muore di morte lenta. Perdendo ogni speranza come foglie. Finché un giorno non ce ne sono più. Nessuna speranza. Non rimane nulla.
Se un albero non ha né foglie né rami, si può ancora chiamarlo albero?
Lei si dipinge il viso per nascondere il viso.
I suoi occhi sono acqua profonda.
Non è per una geisha desiderare.
Non è per una geisha provare sentimenti.
La geisha è un’artista del mondo che fluttua.
Danza.
Canta.
Vi intrattiene.
Tutto quello che volete.
Il resto è ombra.
Il resto è segreto.
Non si può dire al sole “più sole”.
O alla pioggia “meno pioggia”.
Per un uomo, la geisha può essere solo una moglie a metà. Siamo le mogli del crepuscolo.
Eppure apprendere la gentilezza, dopo tanta poca gentilezza, capire come una bambina con più coraggio di quanto creda, trovi le sue preghiere esaudite, non può chiamarsi felicità?
Dopo tutto, queste non sono le memorie di un’imperatrice, né di una regina. Sono memorie… di un altro tipo.

Da questa citazione, presa dal finale del film, si avverte che la geisha è una donna priva di identità che si nasconde dietro una maschera di trucco, il cui ruolo è quello di essere una moglie a metà, quasi che l’amore del suo uomo non sia un suo diritto

Questa informazione è fasulla e contrasta senza ombra di dubbio con la figura di Chiyo nel romanzo, alla quale il Presidente da tutto il suo amore. Senza venire meno alla sua figura di padre e marito per la famiglia che già possiede, e senza venire meno alla figura di uomo d’affari che è, il Presidente prova tuttavia per Chiyo un sentimento onesto, e si intuisce che i due abbiano a un certo punto un figlio. Per questo Chiyo si trasferisce a New York, con il suo bambino, conducendo una vita indipendente rimanendo devota al suo partner. Nel film si intuisce invece che Chiyo rimarrà una sorta di “eterna fidanzata”, che non merita l’amore del suo uomo e quindi non può reputarsi la sua compagna di vita. 

Il modo in cui si è concluso il film, mi ha lasciato abbastanza perplessa.

Consiglio la lettura del romanzo, sebbene le informazioni riportate all’interno di esso siano false, alcune. Informazione fasulla è quella che riguarda il mizuage, ossia la verginità della geisha, che nel romanzo viene letteralmente venduta all’asta. Questa pratica di vendere il corpo delle geisha è stata negata dalle geisha in più momenti, è solo un’informazione romanzata dall’autore.

Sconsiglio tuttavia il film, che non ha a mio parere saputo rendere in maniera appropriata la funzione e il ruolo della geisha, sebbene sia intriso di giapponesità.

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Immergiamoci nella natura con la principessa Mononoke

La Principessa Mononoke (Mononoke Hime) è un film di Miyazaki realizzato nel 1997. 

La pellicola d’animazione ha come tema centrale il rapporto fra uomo e natura, che nella cultura giapponese si basa sul rispetto degli uomini nei confronti della madre terra. Il Giappone ha una religione animista, lo scintoismo, secondo la quale anime, spiriti e divinità vivono all’interno di rocce, alberi, fiumi e quant’altro. Dunque, essendo l’uomo soltanto uno degli esseri che popolano il pianeta Terra, il quale pianeta possiede un’anima e una coscienza, l’uomo deve essere rispettoso nei confronti della natura.

Non a caso, il film è ambientato durante quella che sembra essere l’Età del Ferro, periodo storico di mutamenti, quando l’uomo comincia a sviluppare armi e utensili per poter dominare la natura e tenerla sotto controllo. Per molti versi, questa epoca corrisponde a un periodo storico durante il quale l’uomo sembra dimenticare la propria posizione subordinata rispetto alla natura, dimentica di esserne solo un ospite e la tratta senza rispetto, devastando ampie aree verdi e uccidendo la fauna per il benessere dei villaggi e della gente.

Il rapporto fra natura e uomo è impersonato da San, la principessa mezza donna mezza lupa, che ha un aspetto umano eppure vive con sua madre e i suoi fratelli animali. San ha sembianze umane, però agisce come un animale selvaggio. La principessa attacca a più riprese il villaggio di Lady Eboshi, nel quale il ferro viene prodotto e lavorato dalle donne (gli uomini sono per lo più dei fannulloni). Lo scopo di Lady Eboshi è quello di uccidere lo spirito della foresta, mentre San lotta contro di lei per impedirle di riuscire in questa impresa. 

Ashitaka è un co-protagonista. Princess Mononoke comincia con un attacco al suo villaggio da parte di un cinghiale-demone e Ashitaka, per ucciderlo, entra in contatto con il nemico. Il suo corpo viene infettato da un male incurabile e il ragazzo è costretto a lasciare il villaggio. L‘incipit del film ricorda tanto quello di una favola. C’era una volta un villaggio e un bravissimo e bellissimo giovanotto, che un giorno incontrò un mostro. Ashitaka ricorda per molti versi un principe azzurro, è coraggioso, si sacrifica per difendere gli altri abitanti del villaggio, è paziente, e accetta il suo destino con rassegnazione; ed è anche di bell’aspetto. Una vecchia con poteri magici che vive nel villaggio del principe Ashitaka, dotata di poteri, gli consiglia di abbandonare il villaggio e cominciare un viaggio verso la direzione dalla quale il cinghiale è giunto.

L’eroe abbandona il villaggio, e in queste scene il film perde i suoi toni fiabeschi. Ashitaka non sa dove andare e perché deve andarci, la sua missione è solo capire che cosa causerà la sua morte, che avverrà quando il male dell’infezione si espanderà per il suo corpo. 

Nel film, potremmo dire che Ashitaka sia l’eroe. In realtà, comunque, non esiste un vero e proprio antagonista, e dunque non esiste neanche un vero e proprio eroe nel senso letterale del termine. È assolutamente vero che Ashitaka è coraggioso e forte, e che dunque compie atti eroici, però lui non ha un nemico in senso stretto. Il nemico di Ashitaka è il cattivo senso del giudizio, è l’errore di valutazione.

Il giovane, quando incontra per la prima volta San, non sa se lei è dalla sua parte o è contro di lui. Lo stesso accade per Lady Eboshi e per il suo villaggio. Il grosso cinghiale, che è un dio, malato e moribondo, ha anche lui un lato buono e un lato ostile. Lo stesso discorso vale per i lupi con i quali San cresce e Jigo, vagabondo che prima aiuta Ashitaka, poi Lady Eboshi, poi di nuovo Ashitaka.

La Principessa Mononoke è ambientato soprattutto in due luoghi: la Città del Ferro e la Foresta Sacra. 

La Città del Ferro è circondata da una palizzata, il suo perimetro è cinto da mura protettive, la sua economia si basa sul commercio e la lavorazione del ferro. La Foresta Sacra è la dimora di spiriti (rei) e divinità (kami), che sono anche l’essenza degli elementi naturali. In bilico, fra queste due antitesi, c’è San che tenta di difendere la natura a tutti costi, affermando più volte che lei detesta gli umani per la loro tracotanza nei confronti della natura. Quando Ashitaka le fa notare che anche lei è un essere umano, San si rifiuta di ascoltare: sebbene il suo aspetto sia umano, lei non si sente di appartenere alla specie.

Dunque, la lotta fra uomo e natura è al centro di tutta la vicenda e quando, malauguratamente, Lady Eboshi riuscirà a uccidere il cervo, spirito della foresta, privandolo della testa e chiudendola in una scatola, le piante moriranno, e una macchia buia si estenderà a gran velocità, prosciugando e distruggendo ogni cosa.

Consci finalmente del grande errore commesso nei confronti della natura, Jigo, al servizio di Lady Eboshi, restituirà la testa al cervo magico e l’ordine naturale delle cose verrà ripristinato. L’uomo ha capito che oltraggiare la natura è un errore ed è anche controproducente, per questo deve tentare di raggiungere un compromesso con essa.

Questo film di Miyazaki è diverso dagli altri per la presenza di scene di violenza e di sangue. In nessun altro film si vedono scene di putrefazione, ferite profonde, sangue, pus, infezioni.

La foresta sacra nel film è stata ispirata a Miyazaki dall’isola di Yakushima. Un’area di questa enorme foresta è stata proprio rinominata “Mononoke Hime no Mori”, dove mori vuol dire forestahime invece principessa.

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Il peso dell’anima, 21 grammi

Vita e morte sono l’una l’antitesi dell’altra. Eppure la luce non esiste senza ombra ed è proprio questo che il film 21 grammi spiega agli spettatori. 

Il film è complesso, e i protagonisti sono tre. Jack, redento in seguito a un infervoramento religioso dopo aver condotto una vita criminale, Paul, professore con problemi di salute e Cristina, una donna felice con un marito e due bellissime bambine, che grazie a questa nuova vita può fare a meno delle droghe alle quali tanto teneva in precedenza. 

Non solo la trama è complessa, e in meno di due ore vengono riprese scene di vita di tre differenti tipi di famiglie -o quel che sia; anche la struttura del film è particolare. Sullo stile di Memento, l’ordine cronologico viene spezzato, flashback, ricordi, portano a confusione e quasi a fraintendimenti; però, alla fine, tutti i pezzi del puzzle si ricollegano fra di loro perfettamente. La distribuzione apparentemente disordinata dei fatti non è affatto casuale e serve invece a creare tensione e a permettere allo spettatore di capire appieno il peso e l’importanza degli improvvisi risvolti della vicenda. 

In maniera apparentemente illogica, Paul si innamora di Cristina, mentre Jack, che tenta in tutti i modi di indirizzare i giovani delinquenti sulla via del Signore, si macchia di un reato grave quale l’omicidio, anche se involontario.

Il senso di colpa, la disperazione, il desiderio di redenzione muovono i personaggi. Cristina conduce una vita da tossica, poi si redime creando una famiglia. Quando questa viene a mancare, Cristina ricade nello stesso errore, e ancora una volta cerca di redimersi, grazie all’aiuto di Paul, che farà la sua conoscenza.

Il personaggio di Jack è a mio parere quello meglio riuscito. È un uomo che non riesce a dimenticare la violenza e certe testardaggini ostinate che muovono persone che conducono una vita criminale. Emblematica è la scena del pranzo domenicale a casa sua dopo la messa, con la compagna e i figli. Jack assiste alla lite dei due bambini, e quando uno di loro schiaffeggia l’altro, Jack dice di porgere l’altra guancia perché è ciò che dice di fare Gesù. Di fronte al rifiuto a questa proposta, sarà lui stesso a schiaffeggiare i suoi bambini. Sembra, e forse lo è, un atteggiamento completamente folle, che causa liti anche a casa con la sua compagna.

Jack è un uomo che non credeva in nulla, e come molte persone che non credono in nulla, non ha nulla da perdere e quindi entra nel circolo della criminalità. Quindi, quando trova finalmente un’espiazione e un valore da perseguire, si dedica ad esso con maggior dedizione di una persona “normale”. Jack è come una stella vagante, che improvvisamente trova un pianeta al quale ancorarsi. Sarà lui a sterminare la famiglia di Cristina, involontariamente. La sua nuova vita da fanatico credente verrà messa a repentaglio da questo tragico incidente.

Soltanto alla fine, tutti i personaggi trovano una via di fuga dal dolore, sebbene non riescano a dimenticarsi della sua esistenza. Jack, dopo aver abbandonato la sua famiglia nella più totale disperazione, desidera la morte. Soltanto l’incontro con la morte gli farà capire l’importanza della sua persona per i suoi bambini che hanno bisogno di lui; quindi Jack passerà attraverso due fasi. In una prima fase genera morte, investendo una famiglia con il suo furgoncino, comincia a pensare che la sua vita non abbia senso, che ci sia qualcosa di irrimediabilmente sbagliato. In una seconda fase, diventa consapevole del suo ruolo di padre e compagno, e il pericolo della morte e della sofferenza dei suoi cari lo porta ad essere attivo e vitale.

Il personaggio di Cristina, anche, è così. Lei perderà due uomini di cui si innamora in un arco di tempo brevissimo e alla fine Paul inseminerà in lei la vita, con una gravidanza, prima di morire. La redenzione di Cristina è nel perdono dell’assassino della sua famiglia e nella gravidanza. La vita di Paul è allungata dall’incidente causato da Jack, grazie al quale incidente Paul viene sottoposto a un trapianto di organi che appartenevano al defunto.

Le vite e le morti dei personaggi sono collegate da un equilibrio instabile. Tutto ruota intorno a queste due antitesi, vita e morte, che combattono tra loro senza mai staccare la mano.

Il film di Alejandro González Iñárritu appartiene alla trilogia della morte, composta da Amores Perros (2000), 21 grammi (2003) e Babel (2006).

Il titolo fa riferimento al peso che il corpo umano perde in seguito al decesso, che corrisponde sempre, esattamente a soli 21 grammi. 

Le letteratura del dopoguerra italiano. Beppe Fenoglio

Ettore è un ragazzo che, terminata la guerra, torna a casa.

Saluta la madre, va dalla sua fidanzata Vanda e conduce una vita di insoddisfazioni. La trama del romanzo è in sé molto semplice. Terminata la guerra, l’ex partigiano torna al paese dal quale proviene, durante un incontro con la sua fidanzata lei resta incinta e lui tenta di cambiare stile di vita per amore della sua famiglia. Tuttavia, malgrado gli sforzi, Ettore non riesce a conseguire il suo obiettivo di trovare un lavoro onestamente redditizio, ed entra a far parte di un gruppo che conduce attività illegali; muore in un incidente, lasciando sola Vanda e il suo bambino. 

Il romanzo è molto breve e la trama non è per nulla intricata. Comunque, l’opera di Fenoglio è una vivida testimonianza del sentimento che alberga nei cuori dei molti dei partigiani al termine della guerra.

Ettore è una persona idealista, che ha fatto della liberazione e dell’emancipazione la sua ragione di vita. È un uomo coraggioso e forte, a tratti anche brutale, infatti il contatto fisico per lui è un qualcosa di essenziale. Che siano liti fra maschi o abbracci alle due donne della sua vita, la madre e la fidanzata, il contatto fisico sembra ricordare a Ettore per che cosa sta lottando.

È per la patria che si impegna e, conseguito il suo scopo, si adopera per diventare il marito ideale. Tuttavia, in Ettore, come in altri partigiani, vive una profonda disillusione e insoddisfazione. La libertà è uno scopo e una missione. Essere partigiano significa lottare per la libertà, di tutti e personale. Per questo, il partigiano è spesso visto come un bandito, ed è per questo che, terminata la guerra, Ettore entra a far parte di questa gang, messa insieme da un altro partigiano, Bianco, che si dedica ad attività illegali. È come se la natura clandestina della fazione partigiana fosse mescolata inscindibilmente con la sua stessa indole e quindi, lui del pericolo non può fare a meno. 

Il protagonista resta profondamente deluso dal risultato delle sue fatiche. I partigiani lottano per la libertà dello stato italiano, e poi si sentono imbrogliati da un sistema democratico soltanto nel nome, che non affronta problemi reali, e che dimentica coloro che hanno lottato per la sua causa. La paga del sabato è un romanzo di contraddizioni di valori.

Ettore è uomo, quando chiede a Vanda, durante un clandestino incontro amoroso notturno, di spogliarsi con lentezza, perché quella è la parte che gli piace di più di tutto il rapporto. Ettore è uomo quando abbraccia la madre ma non sa che cosa dirle. Ettore è uomo quando tenta di rinunciare a una vita di illegalità per amore di Vanda e per la responsabilità che dovrà assumersi a breve come padre. Ed Ettore è altrettanto uomo quando gli manca la sua libertà, spezzata da quella improvvisa gravidanza. 

Ettore è uomo tante volte, solo che non riesce a incanalare questa sua virilità in un’unica direzione. Per questo, viene schiacciato dal peso del dubbio e, simbolicamente, perderà la vita alla fine del romanzo in un incidente, perché la morte è l’unica cosa a poter mettere fine alla contraddittorietà della sua persona.

Il romanzo viene scritto da Fenoglio nel 1940, ma per problemi legati alla pubblicazione, verrà distribuito molti anni dopo, soltanto nel 1969.

 

Cara Tiziana Cantone

Cara Tiziana,

mi chiamo Dalila, so che non puoi leggere questa lettera, ma magari un angelo si trova qui nei pressi e quando ti vede, ti può riferire quello che ti ho scritto.

Ciò che ti è successo, è una vera e propria ingiustizia. Ma tu lo sai già, come sai bene che con l’ingiustizia non puoi combattere e che contro di essa raramente puoi vincere, per questo ti sei tolta la vita.

Credo che dovresti ricevere tante scuse, da tutte le persone che ti hanno fatto del male. Da quei quattro che hanno condiviso con il mondo immagini e video privati, ai colleghi di lavoro di tua madre che, da come ho capito, si è presa un paio di mesi di vacanza per non sentire le offese e gli insulti che loro facevano a te davanti ai suoi occhi.

La tua morte ha segnato la fine di una vita che doveva continuare. Ma non è bastato ucciderti una volta soltanto, qualcuno ha deciso di fare le cose in grande e sta pensando di ucciderti ancora.

I quattro, che i giornali chiamo i “quattro amici di Tiziana” (e mi chiedo che concezione abbia questa gente dell’amicizia!) sono stati accusati di diffamazione e di istigazione al suicidio. A settembre hai lasciato questa terra e adesso che siamo a novembre, ti stanno ammazzando di nuovo. Già, perché delle due accuse penali, ne è rimasta una sola. Adesso, dato che sei già morta, ti stanno mettendo in bocca parole che forse non sono tue, e quindi hanno deciso che l’accusa di diffamazione deve essere archiviata.

Cara Tiziana, io credo che tu sia stata la vittima di una società maschilista e prevaricatrice. C’è sempre chi critica, e che dice che la colpa sia tua, perché sei la protagonista di queste immagini e di questi video. Queste persone, sono lontane dalla verità.

Cara Tiziana, tu sei la vittima di un mondo nel quale la donna vale sempre un po’ meno dell’uomo; quello in cui l’apparenza, un bel faccino e un bel decolleté vincono su una persona poco appariscente o graziosa.

Sei nata in un’epoca in cui gli uomini tradiscono le donne e va tutto bene, ma se è la donna a fare lo stesso, è una poco di buono. Sei nata in un’epoca in cui esistono i leggins con i push up per le natiche, i reggiseni con i push up per i seni, i trucchi che ti cambiano i lineamenti del viso e quasi non sembri più tu quando ti strucchi. Eppure, se queste cose non le usi, allora nessuno ti guarda, nessuno ti ascolta, nessuno si ricorda di te. Una ragazza che attraversa la strada, trova subito campo libero; se la attraversa la nonna, nessun’auto si ferma, perché non c’è un bel corpo da guardare. Si lotta per rimanere giovani, belle, per tenersi il proprio uomo, per sentirsi accettate.

Foto e video come i tuoi, ne esistono sicuramente milioni! Sono certa che non siano poche le ragazze a mandare foto di loro in posizioni sexy ai loro partner e a magari ricordare momenti un po’ piccanti attraverso un video. Sei stata sfortunata, perché hai trovato quattro “amici” che, invece di pensare che sei stata fin troppo gentile a esporti tanto per loro, hanno deciso di umiliarti. E non è stato per vendetta, per ripicca o per chissà quale altro motivo: hanno deciso di umiliarti per divertimento. Perché per loro era un gioco, era una cosa spiritosa farti vedere nuda in giro.

Avrebbero dovuto pagare. E invece no, non sta pagando proprio nessuno. Le accuse mosse contro di loro stanno lentamente cadendo e tu resterai l’ennesimo esempio di donna uccisa da un sistema maschilista e prevaricatore.

Episodi come i tuoi, cara Tiziana, dovrebbero essere presi più seriamente. Perché se nessuno punisce i tuoi quattro “amici”, allora domani anche gli “amici” di altre ragazze che, come te, si sono fidate, possono diventare oggetto di scherno e di vergogna.

L’archiviazione dell’accusa di reato di diffamazione tua, cara Tiziana, è l’ennesima dimostrazione di un maschilismo spietato, di un sistema sessista. Perché accusare la tua innocenza e la tua sconfinata fiducia è solo ed esclusivamente una dimostrazione del poco rispetto che l’Italia ha delle sue donne.

Sono successe cose assurde, Tiziana, negli anni passati. Donne stuprate, accusate di aver provocato; donne aggredite, accusate di essere donnacce, perché uscivano da sole senza un compagno.

La tua morte, Tiziana, è l’ennesimo fallimento di un sistema che non riesce a dare al sesso femminile il rispetto che deve avere, di un sistema che non riesce a proteggere le sue figlie, preferendo sempre il figlio maschio.

Sono mortificata per l’ingiustizia che hai subito. Posso solo immaginare il dolore e il profondo senso di solitudine che hai potuto provare, in seguito alla diffusione del video: immagino che nessuno ti abbia preso più sul serio; né le amiche, per non passare come “una come te”, né gli uomini, che non volevano certo farsi vedere in giro con “una come te”.

Sappi che adesso queste persone ti porteranno dentro per sempre. Perché quelle che si devono vergognare, sono le persone che ti hanno abbandonato, tradito e voltato le spalle. Non tu.

Mi auguro che tu dove sia adesso, ci sia un po’ più di giustizia.

Il tuo resterà un caso che non verrà dimenticato mai.

Tua cara,

Dalila

Meglio il libro o il film? Ce lo dice Shining

Shining è il quarto romanzo di Stephen King pubblicato nel 1977, dal quale è stato tratto l’omonimo film Shining del 1980, diretto da Stanley Kubrick.

La trama ha come protagonisti Jack Torrance, insegnante di professione anche se attualmente disoccupato, sua moglie Wendy e suo figlio Danny, vittime del suo alcolismo e infatti, nel romanzo, Jack fa fisicamente male alla sua famiglia da ubriaco.

Sia il romanzo che il film sono ambientati in un hotel, l’Overlook, presso il quale Jack viene assunto con il ruolo di guardiano. La struttura, nel romanzo, è stata costruita su un vecchio cimitero indiano e all’interno di essa, terribili delitti sono stati commessi nel corso degli anni. Addirittura, molti anni prima, il guardiano in carica all’epoca Delbert Grady uscì di senno, commettendo il più truce dei delitti: sterminò sua moglie e le sue due figlie.

Il cuoco dell’albergo, che si appresta ad abbandonare la struttura alla fine della stagione, Dick Hallorann, possiede doti extrasensoriali e si accorge che anche Danny ne possiede. La parola shining si riferisce proprio a questa dote. Il cuoco avverte Danny di fare attenzione nel maneggiare i suoi poteri, dato che grazie a questi sarà probabilmente tormentato da orrende visioni di delitti commessi sul posto. I due, promettono di comunicare in caso di necessità.

Sia nel romanzo che nel film, Jack apparentemente esce di senno. Frustrato, perché sta tentando di scrivere un romanzo, non riesce a concentrarsi, l’hotel sembra accanirsi contro di lui e l’anima, l’aura maligna che aleggia nel posto lo spinge a seguire le orme di Grady, affinché egli uccida moglie e figlio. Alla fine, dopo un lungo, estenuante inseguimento e dopo mille spaventi, Jack muore e Wendy e Danny vengono portati in salvo lontano dall’hotel proprio dal cuoco Dick, col quale Danny comunica telepaticamente.

La morte di Jack è diversa nel libro e nel film. 

Nella pellicola, Jack muore a causa dell’inseguimento. È sulle tracce della moglie e del figlio, e resta rinchiuso fuori l’albergo, mentre Wendy e Danny fuggono con Dick, lasciando Jack da solo che muore assiderato a causa del freddo.

Anche la pazzia di Jack, è completamente diversa dalla condizione mentale dello stesso personaggio del libro. 

Nel film, Jack perde letteralmente la ragione. La sua mancanza di concentrazione e la malvagità demoniaca che vive nell’albergo, lo portano a vedere il resto della sua famiglia come un ostacolo per il suo lavoro. Ha dunque una gagliarda allucinazione nella hall, nella quale una festa compare e Jack parla col bartender della serata, che gli serve dell’alcol. Quando Wendy trova Jack, l’allucinazione scompare e Jack puzza effettivamente di alcol, come se avesse davvero bevuto.

La sua pazzia è una pazzia quasi inconscia, che si sviluppa in lui.

Nelle sue ore a battere a macchina per la stesura del suo romanzo, Jack non fa che scrivere la stessa identica frase per pagine e pagine, “Il mattino ha l’oro in bocca” (All work and no play makes Jack a dull boy, nell’originale).

Nel romanzo, l’impazzimento di Jack è di natura molto diversa, e anche la sua morte è legata motivazioni di natura sentimentale e psicologica. 

Nel romanzo, Jack avverte delle stranezze che accadono nell’hotel, che sembrano scuoterlo e non. Particolarmente spaventosa, è la scena di Jack che passeggia nel giardino e si prende cura delle piante. Sconsiglio la lettura di quei capitoli prima di andare a dormire, il sonno potrebbe essere ostile.

Jack è circondato da animali fatti di enormi cespugli. Nota che le figure cambiano forma ogni volta che lui si gira da qualche altra parte. Jack guarda il grosso leone di foglie, si volta da un’altra parte, guarda di nuovo il leone, ed è più vicino. Nonché più cattivo. Jack si ritrova circondato da questi grossi animali maligni e ripara in casa. Non riferisce l’accaduto alla sua famiglia, forse perché il male si sta insinuando dentro di lui, forse perché teme di non essere creduto dato il suo passato di alcolista.

Nel romanzo, il processo di impazzimento di Jack è vivibile per il lettore, e palpabile. Mentre nel film avviene un grande litigio che scatena l’ira di Jack e lo rende debole e vittima delle entità maligne, nel romanzo il processo di impazzimento è graduale, trasmette ansia al lettore, si avverte una profonda inquietudine. Jack non è impazzito, è letteralmente dominato.

La dinamica dell’inseguimento di Wendy e Danny è praticamente la stessa. Però, nel romanzo, Jack è una persona molto più complessa. La frustrazione per il romanzo, l’opinione della sua famiglia, influiscono sulla sua psiche. Inoltre, l’Overlook Hotel in sé possiede un’anima. Mentre nel film l’hotel è popolato di spiriti maligni che albergano nella struttura, nel romanzo è come se l’hotel stesso possedesse un’anima maligna, che ha un solo e unico obiettivo, ossia Danny, ragazzo speciale che ha dei poteri extrasensoriali. Uccidere Wendy è una condizione necessaria per uccidere Danny; nel film Jack sembra solo mosso da una furia omicida. 

Nelle ultime pagine del romanzo, quando Jack riesce a raggiungere Danny alla fine di questo tremendo inseguimento, padre e figlio si trovano faccia a faccia. Danny tenta il tutto e per tutto, cercando di far tornare in sé suo padre. Lo spirito dell’albergo guida Jack nella sua follia, ma è come se la sua persona fosse spaccata a metà. Improvvisamente, suo figlio gli ricorda che la pressione della caldaia dell’hotel non è stata abbassata e la struttura potrebbe esplodere. A quel punto, Jack tenta di combattere con lo spirito dell’hotel e corre a arginare il danno.

Se Jack fosse stato completamente dominato dallo spirito dell’hotel, forse avrebbe solo avuto come obiettivo quello di portare a termine la sua missione assassina. Cosa che invece non accade nel libro e Jack, tornando in sé per un attimo, dice a Danny di fuggire e di mettersi in salvo. Jack corre presso la caldaia, e si ustiona le mani per chiuderla e salvare la vita di Wendy e Danny. Muore, Jack, esplodendo con l’hotel e distruggendo quel luogo di disgrazie. L’Overlook non potrà recare più danno a nessuno.

L’amore per Danny aiuta Jack a tornare in sé. Che la sua anima sia debole e quindi non riesce a riprende completamente coscienza della sua persona, è prevedibile. Jack ha un passato da alcolista, accetta un lavoro come custode, quando poi è professore. È una persona debole e insoddisfatta e per questo l’anima dell’Overlook decide di impadronirsi di lui e non di Wendy, mentalmente più stabile. 

Inoltre, il romanzo è molto più spaventoso del film. Nel film ci sono sicuramente le due bimbe spiritate nel corridoio che non possono non causare spavento; ma il romanzo è tremendamente spaventoso, il terrore è intriso in ogni pagina e la sensazione di essere guardati la si avverte anche dopo aver chiuso il libro. 

Intervista all’autore de ‘Introspezioni’

Voce ai libri

in

Giuseppe Calendi

Introspezioni

1. Ciao Giuseppe, grazie per aver scelto di fare questa intervista con me.
Inizierei con il chiederti un po’ di te. Come mai hai deciso di cimentarti in questa prova da scrittore?

Ciao! I racconti presenti in questa raccolta, scritti nel tempo, un po’ alla volta, non sono nati subito come un progetto prestabilito. Ho partecipato a vari concorsi letterari ed in base alle varie caratteristiche che essi avevano, tipo il tema della narrazione o la lunghezza degli elaborati a prescindere dall’argomento, inviavo ora l’uno ora l’altro. Con gli anni sono aumentati di numero e ho deciso, anche per una mia soddisfazione personale, di raccoglierli in un volume, che è in questo caso ‘Introspezioni’.

2. Com’è nato il tuo libro hai preso spunto da qualcosa?

Tutti i racconti sono stati ispirati da passioni e quotidianità. Passioni reali che vanno dalla musica allo sport alle letture e la…

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Il capolavoro della letteratura dell’Olocausto

Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini, i cui corpi vidi trasformarsi in ghirlande di fumo sotto un muto cielo blu.

Esistono vari tipi di genere letterario. Uno di questi, è la letteratura del dolore. 

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La letteratura del dolore tratta di tutte le opere scritte da martiri, persone vittime non di catastrofi naturali o incidenti, ma vittime della violenza di altri uomini. Le testimonianze dell’Olocausto e la letteratura dell’atomica rientrano nella letteratura del dolore. 

La notte di Elie Wiesel è, insieme a Se questo è un uomo di Primo Levi e il Diario di Anna Frank uno dei capolavori dell’Olocausto. Anche se per vari motivi Elie Wiesel ha una marcia in più. 

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“Se questo è un uomo”, Primo Levi. 

 

Il suo romanzo è chiaramente storico. È ambientato a Sighet, dove Elie vive con la sua famiglia, e ad Auschwitz , dove gli ebrei verranno trascinati. Corre l’anno 1944 e nel ghetto di Sighet si nota un improvviso cambiamento di atmosfera. La vita, fino ad allora tranquilla, viene turbata da un presagio di tragedia al quale tutti, nel ghetto, si rifiutano di credere. Il portavoce di queste testimonianze terribili che nessuno ascolta è Moshe, finito prigioniero della polizia segreta tedesca e testimone di orribili avvenimenti. Lui, come racconta agli abitanti di Sighet, in Galizia, dove era stato deportato, è stato costretto a scavare una fossa, insieme ad altri ebrei. Questi si avvicinavano poi alla fossa, pronti per farsi dare un colpo mortale e caderci dentro. Moshe riesce a fuggire da questo inferno e tenta di avvertire i suoi compagni; ma non viene ascoltato.

Il racconto si sposta poi interamente sulla figura di Elie. È con i suoi occhi che noi viviamo l’Olocausto e i suoi occhi sono quelli di un ragazzino. Dopo una serie di restrizioni imposte agli ebrei nel ghetto, un giorno la polizia convoca tutti i credenti e li carica su dei mezzi di deportazione. Le vittime di questa ingiustizia, non erano state avvertite che sarebbero state separate dai familiari di sesso opposto, e quindi Elie è costretto a dire addio a sua madre e a sua sorella più piccola, così, frettolosamente e all’improvviso. Resta dunque solo con suo padre, e inizialmente la preoccupazione per le due donne che tanto ama, lo tormenta non poco.

Poi, Elie si trova a vivere l’inferno. Ciò che accade ad Auschwitz distrugge irreversibile la sua persona, la sua fede in Dio, la sua concezione di sé e della natura umana tutta, perde la concezione del tempo, e soltanto poche ore dopo l’arrivo nel campo di concentramento, dopo aver visto sua madre e sua sorella andare via mano nella mano, dopo aver visto bambini ardere come cartacce in un bidone, Elie non riconosce più suo padre. Gli sembra che sia invecchiato d’improvviso, in sole poche ore, e probabilmente suo padre pensa lo stesso di lui.

Elie nel campo è costretto ad assistere all’impiccagione di un ragazzino, che aveva rubato un po’ di cibo poco prima dell’orario previsto per il pasto quotidiano. È questo uno degli episodi più toccanti dell’intero romanzo. La completa indifferenza di fronte l’età del ragazzino, la punizione di fronte a tutti, il senso di impotenza che gli spettatori hanno provato. Il ragazzino viene impiccato, ma il suo corpo non pesa abbastanza per rompergli il collo e quindi muore in lenta agonia, strangolato dalla corda e con gli occhi spalancati. Leggendo queste pagine, si vede Elie soffrire quasi quanto il ragazzino, si avverte l’inquietudine, il senso di smarrimento, il dolore e infine la disperazione, tutti sentimenti che si susseguono e crescono a mano a mano che il ragazzino impiccato geme, soffre, dispera e, finalmente, per fortuna, muore.

Questo episodio segna la perdita di fiducia di Elie nei confronti di Dio; una perdita di fede che non è totale, eppure Elie, se non rinnega completamente l’esistenza di Dio, si chiede spesso dove sia andato a finire e perché non intervenga in un periodo della storia così buio.

Un altro episodio chiave è quello che avviene sul treno che da Auschwitz porta i prigionieri al campo di lavoro di Monowitz. Durante il viaggio, vengono trattati in maniera terribile. Privati del cibo e di acqua per giorni interi, i tedeschi gettano un giorno, su un vagone, un pezzo di pane. Giorni di digiuno e di disperazione, portano gli uomini a combattere fra loro. Cercano in tutti i modi di strapparselo dalle mani a vicenda, e non importa che la persona che stringe il pane fra le mani sia un ragazzino che ha bisogno di mangiare o un vecchio che non riesce a reggersi in piedi, non importa che sia tuo padre o tuo figlio, tutti in quel frangente colpirono tutti. E un uomo prese a cazzotti suo padre per impossessarsi del pane, e Elie vide negli occhi dell’uomo il dolore dell’anima per quei colpi subiti, perché l’uomo aveva rubato il pane ad altre mani per darlo al figlio che lo aveva colpito. Elie vede il pezzo di pane diventare sempre più piccolo ad ogni lite, con briciole che si sparpagliano ovunque. Alla fine, nessuno è riuscito a mangiarlo, e i prigionieri si sono picchiati per niente, litigando e riducendo a brandelli il pane. Oltre che la loro stessa umanità.

In questa scena, Elie tratta del tema dello smarrimento di sé e della propria natura umana, tema che affiora spesso nella letteratura dell’Olocausto, che vede gli uomini ridotti quasi a degli oggetti, persone che rubano il pane ai genitori perché non hanno più buonsenso e la loro fame, il loro stomaco è più grande del loro cuore e del loro amore. In Se questo è un uomo accade qualcosa di simile, una conversazione fra due deportati a proposito dell’igiene. Uno insiste che è vano lavarsi in un campo di concentramento, dove gli ebrei non sono considerate persone e vengono uccise senza alcuna misericordia. Il suo interlocutore insiste che, proprio per questo motivo, è invece indispensabile mantenere il miglior tasso di igiene possibile in quella circostanza. Proprio per dimostrare a quelli delle SS che, per quanto loro provino a de-umanizzare gli ebrei, loro conservano la loro dignità di persone. 

Un’altra scena del romanzo La notte, molto toccante, ha come protagonisti un padre e un figlio che, insieme agli altri ebrei, vengono trascinati in una chilometrica marcia della morte. Durante la marcia, tante persone perdono la vita. I loro cadaveri vengono gettati dal treno in corsa, o vengono lasciati accasciare al suolo, nella neve, senza che nessuno se ne occupi. I due, padre e figlio, stanno camminando appunto in questa marcia, quando il vecchio padre, zoppicante, resta un po’ indietro rispetto al figlio. Subito il ragazzo, accortosi di ciò, avanza il passo per allontanarsi da suo padre, mentre il pover’uomo tenta di trovare il figlio nella folla. Elie vede con i suoi occhi il ragazzo allontanarsi consapevolmente e in tutta fretta da suo padre zoppo, che è più di peso che di conforto.

Elie, dal canto suo, arriverà a desiderare in più momenti la morte del padre, pentendosi di un tale desiderio meschino e rimproverandosi con se stesso. 

Durante la stessa marcia della morte, che avviene a tratti a piedi a tratti in treno, il vecchio padre dello scrittore, già non particolarmente in forma, si ammala di dissenteria. Arrivati a Buchenwald al termine della marcia della morte, una notte, dopo tanti strazi e tanta sofferenza, il padre di Elie, Chlomo, muore. Il vecchio malato ha bisogno di bere, ma nessuno, chiaramente, si occupa di lui.

Soltanto suo figlio se ne prende cura all’inizio, poi una notte Chlomo lo chiama per chiedergli dell’acqua, ma Elie finge di non sentire la sua richiesta. Chlomo per la seconda volta chiama il suo nome e Elie finge di essere addormentato. Chlomo sta male e chiede l’aiuto di suo figlio, che ignora la sua richiesta e quando, scocciato dal fracasso, un agente delle SS percuote Chlomo, il vecchio chiama ancora il nome di suo figlio, che continua a ignorarlo. Chlomo muore col figlio del nome in bocca. 

Elie si condanna molto per il comportamento assunto nei confronti del padre. Si condanna quando desidera la sua morte durante la marcia, si condanna quando a Buchenwald l’uomo ha bisogno di tanta acqua e lui deve privarsi della sua. E allora gli augura la morte e subito si pente di questo suo stesso desiderio. Si condanna perché, per paura di essere percosso a sua volta, si addormenta mentre il padre viene pestato nel letto a castello, il vecchio sotto di lui.

Elie verrà liberato nell’aprile del 1945, pochi giorni dopo la morte del padre. 

Il romanzo è sì un romanzo storico, ma per certi versi è anche un romanzo psicologico. Viene scritto dall’autore a distanza di anni dall’accaduto, eppure le descrizioni delle cose, delle persone, perfino delle ore di viaggio da un posto all’altro, sono raccontate con accuratezza di dettagli impressionante. Si deduce, quindi, che lo scrittore non solo non è riuscito a dimenticare nulla, nemmeno un singolo secondo di ciò che ha vissuto in quei pochi anni di inferno, ma anche che nella sua mente rivive l’intera esperienza ogni singolo giorno.

Come il primo giorno di scuola

C’è una cosa che molte persone non sanno e non capiscono. Viaggiare è sentirsi, sempre, come al primo giorno di scuola.

Quell’ansia e quella frenesia, che sotto sotto nascondono la paura.

Viaggiare e cambiare città significa adattarsi, al cento per cento, al posto, alle abitudini, ma soprattutto alle persone. Quante volte, voi viaggiatori come me, vi siete ritrovati a uscire con persone che, nel vostro paese, non avreste mai guardato, che vi avrebbero annoiato o forse intimorito o semplicemente non interessato. Quante volte vi è capitato di frequentare ragazzi e ragazze così diversi da voi che, dopo un mese o forse due, vi siete chiesti che cosa abbia fatto mai nascere in voi l’interesse.

Sicuramente, viaggiare è bellissimo. Si imparano tante cose, si conoscono tante persone, si capiscono molte realtà. Improvvisamente, si hanno delle illuminazioni: uscendo fuori dal proprio cerchio di amicizie, si cominciano a percepire cose nuove, a capire e anche ad assumere comportamenti nuovi. Proprio come il primo giorno di scuola, quando dalle medie passi alle superiori e confronti i tuoi vestiti e quelli degli altri per capire se sei cresciuto abbastanza, se sei uomo o donna abbastanza, se sei bello abbastanza.

Quando viaggi, provi molte più emozioni e avverti molte più paure.

Già i colloqui di lavoro, per esempio, in Regno Unito sono una faccenda strana. A parte che, anche per un posto di gelataio, devi portarti una penna e loro te la chiederanno in prestito… (senza penna non vieni assunto!), quando poi i colloqui per posti di lavoro da ufficio, sono basati su domande bizzarre.

Vengono chieste cose assurde, del tipo ti mostreranno una foto e ti chiederanno di scrivere una poesia o formulare un pensiero su quanto immortalato. A me per esempio, hanno mostrato questa strana medusa rosa qui di sotto.5019-750x562 Ancora, viene fatta una domanda che, apparentemente è la più semplice alla quale rispondere sulla Terra, e invece non è così. PARLAMI DI TE. E che ti devo dire? Che mi piace lo zucchero ma non il caramello? Ancora, viene chiesto ai colloqui “se il tuo capo è una persona pigra, come fai a convincerlo capo a lavorare?”

Secondo voi, come si fa a dare ordini a un capo? Non a caso, esistono interi libri su come superare un colloquio di lavoro in Regno Unito.

Purtroppo però, non esistono libri su come affrontare la solitudine di un viaggio. Non esiste il manuale del vagabondo e dell’errante, non esiste un video che ti spiega come fare a conoscere persone in giro e soprattutto come fare a trovare proprio quelle persone che piacciono a te. Puoi essere fortunato, quando viaggi, e farti un incredibile numero di amici in casa, a lavoro o in ostello, oppure puoi essere incredibilmente sfortunato, capitare in una casa con tutte persone di età diversa dalla tua e lavorare in una piccola azienda familiare dove l’unico estraneo sei tu, e quindi sei destinato ad andare sempre nei locali da solo, dopo il lavoro.

Come fai quindi a combattere la solitudine? Tenti.

Tenti con le palestre, con i corsi di danza, con quelli di yoga, con i centri di conversione al buddhismo, con la lega vegetariana locale. Tenti, tenti e tenti.

Le persone che ti lasci dietro, sono spesso invidiose. Pensano che stai viaggiando e che ti stai divertendo, senza neanche dare peso al fatto che, pure comprare uno sciroppo per la tosse, non è facile all’estero, perché ci vuole un medico curante che ti rilascia una ricetta, ma trovare un medico non sempre è facile perché per averlo devi avere una residenza, ma dato che vivi all’estero alloggi spesso in case senza contratto e quindi il dottore non puoi manco averlo.

Molte persone a queste cose non ci pensano. Pensano che il viaggio sia solo gioia e risate, foto ad effetto sui social, registrazioni presso su Facebook e niente più.

Invece NO. Viaggiare vuol dire cominciare sempre da capo, sapere che domani quella persona che ieri hai conosciuto non ci sarà più. Sono perenni addii, sono chiacchiere senza peso sospese a mezz’aria. Sono emozioni forti, gioia, brividi e paure.

Come il primo giorno di scuola.

Il mio vicino Totoro. E gli shinigami?

Tonari no Totoro, Il mio vicino Totoro, è un film di animazione giapponese di Studio Ghibli realizzato nel 1988. 

Il film ha come protagoniste due sorelline, Satsuki e Mei, e un grosso mostro buono, dall’aspetto paffuto anche se a volte un po’ inquietante e tonto, Totoro. Il film è ambientato nella prefettura di Saitama, a Sayama, area nella quale si trova una ricca foresta. Le due sorelline hanno una differenza di età di un quattro, cinque anni, la sorella maggiore è premurosa e protettiva mentre la sorellina minore, Mei, è testarda e vivace.

Il film ha appassionato tutta la popolazione giapponese e non solo, apprezzato a livello internazionale.

Ci sono due interpretazioni sul grasso, goffo protagonista peloso, Totoro. Infatti, corrono voci che Totoro sia uno shinigami (shinu in giapponese vuol dire morire e kami vuol dire dio), dunque Totoro sarebbe un dio della morte, che quando appare annuncia la fine vicina. Dunque, la trama di Totoro è in realtà una tragedia nascosta, in cui il padre ricorda le figlie e scrive delle figlie, essendo di professione scrittore. Satsuki e Mei hanno perso la vita in seguito a un incidente. Mei, che desidera rivedere sua madre malata in ospedale, si avventura da sola nella foresta che separa casa sua dalla città nella quale la struttura è situata. In seguito a una tragedia, perde la vita e Satsuki, sentendosi responsabile, corre da Totoro per poter raggiungere la sorella minore. Non è un caso che Mei sia la prima a vedere Totoro e la prima a perdere la vita, come non è un caso che al padre non capiti mai l’occasione di vederlo. 

Dunque, secondo questa interpretazione, Miyazaki sta facendo un tributo a una ragazzina che in seguito a un tragico incidente perde la vita. Questo accade nel 1963 proprio a Sayama, dove una notte una bimba scompare e il suo cadavere viene ritrovato da sua sorella. Il Sayama Jiken, l’incidente di Sayama, secondo questa corrente di pensiero ha ispirato la storia. Satsumi è la traduzione di maggio in giapponese arcaio e Mei è una giapponesizzazione di May, maggio in inglese;  e il Sayama jiken avviene a maggio e ha come protagoniste due sorelle.

Quando Mei scompare e Satsuki va alla sua ricerca, trova una scarpetta molto simile a quella che indossa la sorellina. Dopo vane e lunghe ricerche, corre da Totoro che a bordo del Neko-Bus (il bus gatto), trova infine Mei. Quindi, questo significa che anche Satsuki muore, per raggiungere la sorellina morta e che il neko-bus sia il traghetto verso la morte. 

Ci sono molti che sostengono che, in seguito alla scomparsa di Mei, quando la bimba viene ritrovata, la sua ombra non compare più, essendo appunto uno spirito.

Un’altra corrente di pensiero invece nega assolutamente questa tesi, affermando che Totoro è un semplice film di animazione. L’ambientazione scelta da Miyazaki a Sayama, non è una scelta che fa per ricordare la tragedia dell’incidente, che è effettivamente accaduta. Miyazaki sceglie la foresta nei pressi di Sayama perché, in seguito all’urbanizzazione degli anni ’70 e ’80 di Tokyo, nei quali pressi si trova la foresta, Miyazaki sente il bisogno di preservare la foresta, messa a repentaglio proprio da questa frenetica urbanizzazione. Quindi lui, come altri artisti, avrebbe scelto questo posto come invito a preservarlo. Apparentemente, riuscì nella sua impresa, infatti la foresta è oggi chiamata la Foresta di Totoro.

Io non so certa di quale interpretazione sia giusta. 

So che il film Il mio vicino Totoro mi ha trasmesso una leggera inquietudine. In particolare, quando le due sorelline sono sotto la pioggia ad aspettare l’autobus nella foresta, la scena mi ispira una certa tristezza, e onestamente anche un’idea di morte. Questi autobus che vanno e vengono, nessuno scende per loro, loro che non sanno cosa aspettano, come delle anime che hanno dimenticato di essere morte.

Ad ogni modo, Miyazaki nega nel modo più assoluto che Totoro sia uno shinigami, e nega ogni legame con il Sayama jiken.