Nascita e sviluppo del militarismo giapponese: Frankenstein e il mostro che disseminò rovina

Partendo dal presupposto che questo elaborato verrà letto da persone che possiedono una salda conoscenza dell’esperienza militarista giapponese, introduco il mio articolo con una riflessione, che svilupperò nella parte finale dell’elaborato, sulla funzione chiave dell’America e dell’Europa nella nascita del militarismo giapponese. Dal titolo, si evince già quale sia la mia posizione: senza screditare il lavoro missionario di portatore di civiltà e democrazia, sotto la quale bandiera gli Stati Uniti si lanciano nella loro opera interventistica a livello internazionale, ritengo opportuno osservare che, se portate allo stremo, anche le migliori intenzioni possono avere esiti indesiderati. Questo è, a mio parere, il caso giapponese. Il Giappone, nel tentativo di ottenere l’approvazione di Zio Sam, ha finito col perdere la propria identità e lanciarsi in una suicida, quanto crudele, avventura imperialista che ha finito per danneggiare la sua immagine negli anni ’20 e ’30 e la cui furia ha ferito la memoria di taluni paesi asiatici. Senza fare alcun tentativo di de-responsabilizzazione del Giappone, esamineremo le peculiarità e l’evoluzione del fascismo giapponese.

  1. Le prime sfide

“Ad ogni azione è legata una reazione” è un principio che incarna appieno la metodologia d’approccio giapponese rispetto al mondo che lo circonda. Afflitto dalla psicologia del secondo, il Giappone sceglie come modello da imitare e, dopo un processo di assimilazione al particolarismo culturale nipponico, emulare quello che secondo lui è, in quel dato momento storico, il paese con la maggior influenza e potenza. Da sempre bramoso di “raggiungere” il fratello cinese, durante gli anni del primo dopo guerra il Giappone orienta la sua ammirazione verso l’emancipato e gagliardo mondo occidentale. Chiuso in una campana di vetro asiatica, il Giappone conosce il mondo occidentale solo quando il Commodoro Perry e le “navi nere” toccano le coste giapponesi (1853).[1] Dapprima entusiasta, si ha poi il rifiuto di una cultura europea basata su alcuni enunciati unilateralmente concepiti e dunque fallaci; tra questi spiccano la superiorità dell’uomo bianco e la missione missionaria cattolica. Sconvolto dal contatto con questa popolazione tanto lontana, il Giappone apprende subito tutto il possibile da i suoi ospiti, fino a raggiungere, in un pugno di anni, il livello di modernità occidentale ed europeo. Durante la Prima Guerra Mondiale, il Giappone giocherà un ruolo chiave per la conclusione del conflitto e riuscirà in questo modo ad ottenere una notevole quantità di privilegi economici e concessioni territoriali, tutte cose che prima, chiuso nel perimetro insulare, non aveva mai conosciuto. Non è tutto oro ciò che luccica e difatti i giapponesi furono privati, nonostante gli sforzi bellici per appoggiare la causa statunitense e britannica, di ulteriori vantaggi che avrebbero desiderato. Nonostante le zone di influenza in Manciuria e Mongolia interna, non riuscì a imporre un protettorato nipponico sulla Cina, in cui la presenza britannica non permetteva altre forme di influenza.[2]

Oltre queste privazioni materiali, nel corso della Conferenza di pace di Versailles del 1919 il Giappone fu vittima, detto con termini molto comuni, di una discriminazione razziale. Nonostante avesse ottenuto un seggio permanente dentro la Società delle Nazioni, quando avanzò una proposta che poneva sullo stesso livello umano la popolazione giapponese con quella bianca, la proposta fu bocciata: non vi era eguaglianza razziale fra “l’uomo giallo” e quello occidentale. Ferito, per motivi ovvii e inconfutabili, il Giappone sviluppò una sorta di ambigua morbosità nei confronti di quelli che ai suoi occhi si presentavano come alleati e come nemici e sono questi gli anni in cui il mostro di Frankenstein prende forma.[3] Dapprima vittima del processo di espansione coloniale occidentale, il Giappone riesce, grazie al suo zelo, ad annullare il dominio occidentale (è il primo paese in tutta l’Asia) e si porta allo stesso livello di Europa e USA. Ne viene richiesto l’aiuto durante la Prima Guerra Mondiale ma ne viene ferito l’orgoglio nella distribuzione dei premi tra i vincitori. L’altalena che va dalla mortificazione all’inorgoglirsi induce il caos in Giappone.

Arricchitosi durante il conflitto mondiale, il Giappone divenne per la prima volta creditore (da che era sempre stato debitore), ma questa prosperità non durò poi tanto. Essendo un paese dalle scarsissime risorse naturali, l’economia si sviluppava nel perenne spettro della necessità dell’acquisto di materie prime, il carbone prima e il petrolio in seguito, per mantenere alta la produzione. Dunque, sia per la Grande Depressione degli anni ’20 –legata ad una crisi internazionale cui si aggiunse un crollo della produzione e la pochezza di materie prime- che per il disordine interno, il governo giapponese si trovò attanagliato da una serie di problematiche di diversa natura alle quali non seppe trovar rimedio. Nel disordine, si fece largo un partito di opposizione di stampo militarista e nazionalista che, nel giro di pochissimi anni, impose il suo credo alla nazione, promuovendo la parità razziale del Giappone a quella occidentale e la superiorità degli stessi giapponesi rispetto ai vicini asiatici.

  1. Il militarismo giapponese e la sua maestosa popolarità nazionale

Il militarismo e il conseguente imperialismo giapponese si sviluppa per cinque ragioni:

  • Il desiderio di: sicurezza nazionale, necessità che consegue alla guerra russo-giapponese del 1905;’approvazione dell’Occidente e in particolare degli Stati Uniti. Nel desiderio di pareggiare il livello occidentale, si avverte la necessità di un’espansione coloniale, che innesca un processo di militarizzazione.
  • Discriminazione del 1919 a Versailles
  • Salda convinzione di superiorità razziale rispetto ai coinquilini asiatici nonostante la mortificazione del 1919
  • Interessi economici legati alla scarsità di materie prime e al bisogno di creare nuovi mercati. In seguito alla recessione del 1929 il territorio fu colpito dal terremoto del Kantō che contribuì al peggioramento economico del paese[4]

Nel duplice obiettivo di seguire le orme dell’imperialismo occidentale al di fuori dell’arcipelago e di difendersi da esso, il Giappone abbraccia la retorica militarista.[5]

Sebbene le due generazioni successive al secondo conflitto mondiale abbiano tentato di sminuire il ruolo che l’Occidente, con il suo atteggiamento di superiorità e imposizione, ha ricoperto nella diffusione dell’imperialismo in Giappone, studi successivi hanno smentito questa estraneità occidentale in questo delicato periodo storico nipponico.[6] La Restaurazione Meiji, che segue la visita senza preavviso di Perry, non è una scelta che la realtà giapponese avrebbe fatto autonomamente ma è, difatti, il risultato di un contesto di incertezza in cui il Giappone annega data l’inferiorità militare e industriale nei confronti dei nuovi giunti. La Restaurazione non fu dunque un fenomeno naturale, bensì una forzatura nella lineare storia giapponese.[7]

La riforma dell’esercito giapponese è causa ed effetto del processo di colonizzazione promosso dall’esercito e che ha bisogno di nuove truppe per portare avanti l’opera espansionistica. È quindi una trappola che collega i due fenomeni.

È grazie alle vittorie in queste avventure oltremare che l’esercito e la marina risvegliano l’entusiasmo e l’orgoglio nazionale nonché il loro stesso orgoglio, sentendosi di fatto autorizzate a prendere decisioni in maniera sempre più indipendente dal governo centrale. Malgrado il consenso popolare, esercito e marina sono continuo motivo di preoccupazione e rammarico per il governo civile di Tokyo, che azzardava a prendere decisioni che potessero limitarne il potere decisionale e l’autonomia. Tuttavia, l’Articolo 12 della Costituzione Meiji garantiva all’esercito e alla marina un particolare potere di gunsei “organizzazione militare”, che ne favoriva l’atteggiamento indipendentistico in ambito di quantità di forze militari e armamenti e dela composizione delle forze. In accordo col suddetto articolo, fu istituito nel 1930 il sistema del niju seifu, “doppia autorità”, che permise agli ufficiali di creare una rete comunicativa, utilizzata per la coordinazione di azioni militari al di fuori del Giappone, senza dover necessariamente avvertire il governo civile di Tokyo.[8]

All’interno del governo di Tokyo, nel frattempo, sovrano era il disordine. La già accennata crisi economica del ’29 pone interrogativi intorno all’economia giapponese e la situazione diviene più aspra intorno al 1923 in seguito ad una catastrofe naturale. La popolazione si impoverisce, l’esercito è impegnato in una dispendiosa opera espansionistica che assicura tuttavia nuovi mercati e territori ricchi di risorse che il Giappone non possiede, la pressione degli americani diventa sempre più soffocante, soprattutto quando le conquiste coloniali giapponesi vengono ridimensionate e il tonnellaggio navale della marina giapponese limitato ai tre quinti di quello inglese e americano. L’economia si è concentrata nelle mani delle zaibatsu, organizzazioni monopolistiche che detengono tutta la ricchezza economica del paese; la crisi economica si acuisce, le zaibatsu vengono viste come una delle cause della povertà della popolazione.[9] Il Primo Ministro Hara Takashi, per il suo comportamento accomodante nei confronti di USA e UK viene assassinato. La sfiducia verso il governo (costituito da molti membri delle famiglie zaibatsu e per i legami che i politici stringevano con queste famiglie per scopri lucrosi) spingono il giapponese medio in miseria a schierarsi contro il governo.[10]Le forze armate giapponesi, ideologicamente custodi del bushido e provenienti dalle zone rurali (la Costituzione Meiji favorisce l’avanzamento sociale e di carriera attraverso i meriti ottenuti in guerra), sentono di dover provvedere a risolvere la situazione. Imbevute di una sensibilità contadina e un anticapitalismo populista,[11] la fazione Kōdōha “Fazione della Via Imperiale” chiede provvedimenti contro la miseria, insistendo per cambiamenti della struttura del sistema giapponese per far fronte alla crisi (senza tuttavia violare la sacralità dell’imperatore), somatizzano male lo strapotere delle zaibatsu e pretende azioni risolute contro le potenze occidentali.

Oltre questa fazione, comunque, ne esiste in seno all’esercito una più moderata, quella dei Tōseiha “Fazione del controllo”, che sebbene non si dimostri ostile a un processo di riforme, non ritiene opportuno smantellare la struttura del sistema preferendo delle soluzioni che ne mantengano l’integrità, ritenendo necessaria la collaborazione con burocrati e capitalisti. Secondo uno studio di Murayama Masao, siamo già nella prima fase del fascismo giapponese e le due fazioni rappresentano, rispettivamente, il fascismo “dal basso”, ossia di origine e sostegno popolare e quello “dall’alto”, ossia imposto dal governo attraverso un cavillare sistema di controllo della popolazione, influenzandone la modalità di pensiero.[12]

Maruyama Masao, teoreta del fascismo giapponese, nel su lavoro descrive le caratteriste del fascismo giapponese. Come dichiara lui stesso nelle prime righe del saggio, c’è una differenza fra il fascismo imposto da un governo e quello che affonda le radici nel cuore del popolo e questo secondo caso è quello giapponese. Ad ogni modo, il caso del fascismo giapponese è più complesso rispetto a quello occidentale. Maruyama indaga riguardo l’evoluzionistica temporale del militarismo e il rapporto che in ogni fase il fascismo ha con la popolazione e il governo. Scandisce quindi tre periodi ben definiti:

  • Preparatory period, 1919 fino al Manchuria Jiken del 1931
  • Period of maturity, dal Manchuria Jiken al jiken del febbraio 1936; questo periodo è caratterizzato da un maggior coinvolgimento delle masse nelle avventure dell’esercito fuori dal territorio, da un’affermazione di un regime militare all’interno del governo di Tokyo, tentativi di colpi di stato e “government by assassination”
  • Consummation period, dal 1936 alla fine della Guerra del Pacifico[13]

La terza fase è quella più lunga e più complessa: il fascismo giapponese, che nasce nel sostegno popolare e nella lotta contro le zaibatsu, rivaluta la sua ostilità nei confronti di questi aggregati monopolistici. Per sostenere tutte le guerre che esercito e marina volevano vincere, era necessario del capitale e una produzione costante di mezzi necessari allo scopo, le zaibatsu convertono la loro produzione in armi e aerei da combattimento, finendo col sostenere la furia espansionistica.

Quando il Giappone orchestra il Mudken Jiken, continua Masao, comincia il periodo in cui il fascismo si perfeziona, tuttavia la sua nascita risale al primo dopoguerra, quando la popolazione avverte il desiderio di cambiamenti radicali nella sfera economica e proliferano associazioni di iniziativa popolare che abbracciano l’ideologia riformista o conservatrice. In questa fase, più che organizzazioni fasciste si parla di organizzazioni reazionarie dato che, nonostante avessero degli obiettivi ben fissi, i membri di queste organizzazioni non avevano nessun manifesto o programma preciso. A questo proposito Maruyama individua un punto di differenza fra il fascismo giapponese e quello occidentale: sebbene in tutti e tre i paesi fascisti esistano delle contraddizioni interne fra i vari partiti politici e organizzazioni di destra, nonostante le differenze in Germania, per esempio, queste forze si organizzano in modo razionale, in Giappone invece questa unificazione viene tentata più volte e puntualmente fallisce. Esistono, all’interno del fascismo giapponese, delle contraddizioni ideologiche legate alla natura dell’evoluzione storica del Giappone. Maruyama confronta quindi le due ideologie fasciste (occidentale/giapponese) e stilla una lista di punti in comune e differenze.[14]

Proseguendo la sua analisi, egli individua anche i primi due periodi come quelli in cui si diffonde un fascismo dal basso mentre il terzo momento, che investe gli anni della Dittatura Tōjō, è quello dell’affermazione di un fascismo dall’alto.

Concludendo dunque che il fascismo ha radici remote, Maruyama descrive il primo dopoguerra quale periodo storico in cui da un lato nascono partiti di stampo bolscevica e dall’altro gruppi di destra che ne vogliono impedire l’affermazione. Fra questi ultimi, esistono comunanze ideologiche e contraddittorietà, un esempio c’è dato dal ruolo del provincialismo e del ruralismo. Se da un lato la popolazione giapponese è fondamentalmente agraria, dall’altro lato il ruralismo si sposa male con la concezione di espansionismo territoriale che necessita dell’industria pesante per assicurarsi il successo bellico. Alcuni gruppi di destra sentono infatti come loro quel disagio popolare legato alla crisi economica di quegli anni che investe soprattutto i villaggi (molti ufficiali vengono dalle province e “combattere al fronte sapendo la tua famiglia in miseria non è una condizione facile”), altri gruppi invece si concentrano più sull’idea del rafforzamento dell’esercito. Spesso, è successo che le due ideologie si siano fuse in una difficoltà di argomentazioni che rispecchiano una pari difficoltà decisionale.[15] Nasce, ad esempio, il Great Japan Production Party, imbevuto di elementi speculari della bassa società, che ha come motto la “sovranità sopra l’industria” e si basa su una riforma del capitalismo visto come causa della rovina della società, da sostituire con un controllo statale degli organi finanziari che permetta la realizzazione del diritto al lavoro e alla coltivazione della terra.[16] Viene anche accentata la disparità che separa la lussuosa realtà di città come Tokyo e la precarietà delle zone provinciali. Si passa quindi da avversità pura nei confronti del capitalismo, come nel caso di Gondō Seikyō a una visione più smussata, quella di Tachibana che suggerisce un tipo di economia sul modello del welfare state.

La dialettica ruralismo/industria viene superata nella terza fase del fascismo. Dopo aver visto prevalere la Kōdōha e il suo fascismo dal basso, segue l’imposizione di un potere triangolare formato da burocrati, che sono estranei alle esigenze della popolazione, militari, che nonostante la retorica populista non si impegnano a provvedere al bisogno del popolo e partiti politici, che dopo una prima fase di resistenza alla fusione del potere militare con quello governativo, preferiscono perseguire i loro interessi. Un’astuzia delle milizie era stata anche quella di inserire all’interno dei partiti alcuni dei loro membri, creando di fatto una situazione favorevole che facilitò l’approvazione del militarismo in ambito governativo.[17]

Nonostante il sostegno delle masse all’esercito, il militarismo giapponese resta un qualcosa di fondamentalmente elitario. Le masse non vengono organizzate in quanto solo un gruppo di patrioti può assumersi la responsabilità e reggere il peso di una missione tanto portentosa. Questi patrioti scelti sono i giovani ufficiali, i monaci Nichiren e in generale tutti i membri di questi gruppi di destra. Non solo la popolazione è esclusa dal movimento riformatore, ma non riesce neanche a capire il programma di riforme che è alla base della protesta militare. Come abbiamo accennato, i gruppi reazionari sono vari e con pareri spesso diversi. La Kodoha e la Toseiha sono solo due dei gruppi più noti e convenzionalmente studiati.[18] In comune, tuttavia, hanno la mancanza di un programma coerente e la distorta percezione della realtà. Spiego meglio: quando il fascismo nasce e nei suoi primi anni di vita, comincia un epoca di jiken, incidenti. Attraverso questi jiken, le ali della destra radicale ramificata in questi gruppetti di giovani audaci danno inizio a una serie di attentati, omicidi e colpi di stato. È l’epoca del “government by assassination” durante il quale si attenta alla vita di primi ministri, burocrati, rappresentanti delle zaibatsu. Hara Takashi, primo ministro, viene assassinato. Nonostante il carattere aggressivo assunto, le azioni terroristiche di questi gruppi si rivelano fallimentari per una certa “ingenuità”. Nonostante si ambisca a rovesciare il governo con colpi di stato, di fatto questi atti sovversivi non sono mai organizzati a dovere. In più, quello dei militaristi del fascismo del primo e secondo periodo, teorizzati da Maruyama, è un atteggiamento distruttivo. A pro di cosa? Non è ben chiaro neanche agli organizzatori delle proteste. L’unica certezza è che senza la distruzione, in questo caso di un governo fallimentare, non è possibile la costruzione, di un governo più giusto. Non esiste un programma di riforme, non si ha idea dei provvedimenti da prendere una volta ottenuto il potere. Certo è solo il fatto che, caduto il regime, si darà la possibilità a qualche persona competente di crearne uno più felice.

Un’altra questione da analizzare è quella riguardante i sostenitori del fascismo giapponese nell’arcipelago. La classe non benestante è composta di due elementi: quelli raggruppati e convenzionalmente definiti come “intellettuali” (docenti e studenti universitari, giornalisti, impiegati salariati) e i “sub-intellettuali” (contadini, piccoli proprietari terrieri, proprietari di piccoli negozi o fabbrichette, monaci buddhisti e shintoisti, maestri di scuola, ufficiali di basso grado).[19] In Giappone saranno i sub-intellettuali a sostenere il fascismo mentre gli intellettuali rimarranno indifferenti al fenomeno. Mentre in Italia o in Germania gli intellettuali si mobilitano a favore oppure contro l’ascesa del fascismo, essendo la caratteristica di tale classe quella di esprimersi sempre in una lotta ideologica a favore o contro determinate ideologie, in Giappone si vede un vero e proprio disinteresse; come Maruyama osserva, forse questi vedevano troppo “stupido” il vago e poco realista slogan fascista per preoccuparsi di mettersi in azione contro di esso. Inoltre non si era diffuso quel desiderio di diritti umani e di libertà dell’individuo come in Occidente; questo potrebbe essere un altro motivo della poca attenzione della classe intellettuale verso la minaccia militarista.

Il 1931, col Mudken Jiken, sancisce il passaggio da un’ideologia fascista a un sistema totalitario fascista, che si esplica con l’Incidente di Febbraio, l’abbandono della Lega delle Nazione, il Gabinetto Saitō del 1932 e infine la dittatura Tōjō, 1941-45.

Durante questo periodo, l’attenzione del governo militare si concentra interamente sull’investimento per sostenere lo sforzo bellico, il principe Konoe crea il New Order Movement nel tentativo di trasformare l’impegno politico in un impegno morale che coinvolgesse la popolazione. Tuttavia, nel giro di pochissimo tempo dalla sua creazione, diverrà un modo per tenere informato lo stato di ciò che pensa la gente in modo da poter tarpare le ali a eventuali tentativi di approccio ideologico ad una ideologia diversa da quella fascista. E l’unico motivo per cui ci si preoccupa di conoscere l’opinione del popolo è quella di poter emanare, in casi definiti di emergenza, leggi che sopprimessero la libertà di stampa, parola, riunione, in modo da impedire a qualsiasi forma di disagio civile di venire a galla ed essere condivisa. La polizia del pensiero mette fine alla libertà di espressione e il mondo civile viene coinvolto nel conflitto mondiale e nella Guerra del Pacifico, le cui conseguenze economiche andranno a gravare, soprattutto, sulle zone rurali del secondo dopoguerra.

  1. I jiken giapponesi, pretesti per un’espansione coloniale

Il Giappone guarda all’Asia attraverso una nuova ottica, quella del Nipponismo.[20] Con l’assorbimento del concetto tedesco del Lebensraum,[21] la teoria dello spazio vitale più la certezza di una superiorità razziale, la Terra del Sol Levante ritiene di dover far fronte alla colonizzazione occidentale liberando le popolazioni asiatiche dalla loro oppressione e sostituendosi, de facto, ai vecchi colonizzatori.

Con il Mudken Jiken del 18 settembre 1931 la fazione dell’esercito residente a Mudken, in Manciura, invade il territorio mancese. L’esercito di Kwantung si trova nell’area come “premio” per i successi conseguiti durante il primo conflitto mondiale e ha la possibilità materiale di portare avanti l’invasione sia per la distanza dal governo centrale di Tokyo –di qui la possibilità di ignorare gli ordini essendo dotato di ampia autonomia- sia perché, trovandosi appunto lontano dalla madrepatria, ha bisogno di procurarsi i mezzi materiali per la propria sopravvivenza, diventando completamente autosufficiente. Messo in scena un pretesto, i giapponesi invadono il territorio creando, nel 1932, lo stato fantoccio di Manchukuo. Sono quelli gli anni in cui il comunismo cinese comincia a destare non poche preoccupazioni in occidente e così gli USA e i paesi occidentali non tentano di tenere a freno l’espansionismo giapponese, sperando che l’annessione della Manciuria al Giappone compromettesse in qualche modo il comunismo cinese. Tuttavia, lo stato di Manchukuo non viene riconosciuto dalla Lega delle Nazioni, di cui il Giappone fa parte e per questo se ne allontana nel 1933. Attraverso una serie di jiken le forze armate giapponesi presenti sul territorio riescono ad imporre il loro controllo in molte zone della Mongolia e della Manciuria, emettendo infine nel 1934 la Dichiarazione di Amau, secondo la quale la Cina è ufficialmente protettorato giapponese[22].

Un gruppo di sostenitori del militarismo giapponese è costituito dai monaci guerrieri, ne esistono vari gruppi e fra tutti spiccano i monaci della setta Buddhista Nichiren. Anche loro contribuiranno all’annessione del territorio cinese attraverso, in particolare, lo Shanghai Jiken, 18 gennaio 1932.[23] Con un pretesto, i monaci Nichiren provocano la folla cinese, mietendo 250,000 vittime. L’intervento del governo di Nanchino genera stizza fra i sostenitori della causa giapponese ed è dunque probabile che questo episodio sia collegato a un altro terribile evento avvenuto qualche anno dopo, il Nanjin Jiken del 13 dicembre 1937. Terminato pochi mesi dopo, intorno al febbraio del 1938, l’episodio di Nanchino è stato definito anche “Massacro di Nanchino” o “Stupro di Nanchino” per l’enorme quantità di vittime sacrificate per scopi sessuali (abusi di studentesse prese di peso dalle scuole per soddisfare i bisogni dei soldati) che per la mole di prigionieri di guerra e civili uccisi per ragioni più disparate. È questo, nell’opinione di molti, un episodio di immoralità estrema.[24]

Un ultimo evento che citeremo, di grande importanza, è il Rokōkyō Jiken conosciuto come “L’Incidente sul Ponte di Marco Polo”, 7 luglio 1937. Sull’origine del conflitto fra la fazione dell’IJA, la Kwantung, e la guarnigione cinese sul posto esistono due possibili interpretazioni. Lo scontro cominciò perché i soldati della Kwantung furono attaccati dai soldati cinesi e quindi risposero al fuoco, dando origine allo scontro. Questa è la versione dei fatti come registrata dalla storiografia giapponese. Al contrario, c’è chi sostiene che fossero stati gli stessi soldati giapponesi a camuffarsi con le divise dell’esercito cinese, inscenando una sparatoria; in pratica il Giappone si era preso, barando, il diritto di attaccare la Cina. Ad ogni modo, quale sia la verità è oramai impossibile saperlo, fatto sta che (sebbene i “dissapori” siano durati soltanto dal 7 al 9 di luglio) da quel momento in poi, le invasioni reciproche commesse da entrambi gli avversari nel territorio nemico aumentarono di frequenza e di portata fino ad arrivare alla guerra vera e propria. Per questo motivo, L’incidente del Ponte di Marco Polo è convenzionalmente considerato il momento iniziale della Seconda Guerra Sino-giapponese, che terminerà nel settembre del 1945.

Questi qui appena elencati sono degli avvenimenti che coinvolgono le fazioni estremiste dell’esercito giapponese lontano dalla patria. Anche in Giappone il disordine si trasforma in jiken che finiranno col compromettere il governo di Tokyo convertendolo da civile a militare e permettendo l’ascesa dei fascisti “dall’alto”. Quelli più significativi sono il Goichigo Jiken, l’Incidente del 15 maggio, dell’anno 1932. Questo incidente fu organizzato dalla Marina Imperiale Giapponese insieme ai membri dell’Esercito Imperiale e dai civili della Lega del Sangue e la vittima prescelta fu il primo ministro giapponese Tsuyoshi Inukai. La ragione che portò a questo assassinio sta nel fatto che Inukai ratificò il Trattato Navale di Londra che prevedeva la riduzione delle forze marittime giapponesi rispetto a quelle statunitensi e inglesi per una proporzione 5:5:3. Lo scopo del trattato era chiaramente limitare il potere delle forze armate giapponesi che, date le abilità dimostrate nel corso del tempo, si rivelavano potenzialmente pericolose. L’effetto della ratifica del trattato fu tuttavia quello diametralmente opposto allo scopo per il quale esso nacque; esasperando il disagio delle forze militari giapponesi, i “giovani ufficiali”, che intervengono a più riprese organizzando e prendendo parte ad azioni sovversive, decisero di eliminare il primo ministro che si era piegato alla volontà degli occidentali. L’attentato mobilitò le masse che si schierarono senza esitazione al fianco degli undici ufficiali, provenienti dalla marina, sotto accusa. Desiderosi di salvare loro la vita, undici giovani mozzarono il loro pollice e lo inviarono come pegno per dimostrare il loro sostegno alla causa dei giovani ufficiali.

Un ulteriore jiken, particolarmente significativo in quanto sancisce la fine del fascismo dal basso e celebra quello dall’alto, è il Niniroku jiken, l’Incidente del 26 febbraio, anno 1936. Questo è soltanto l’ultimo di una serie di attentati all’ordine pubblico organizzati per rovesciare il governo.

Il Niniroku Jiken è l’unico attentato organizzato. Come osserva anche Maruyama Masao, le lotte intestine fra i vari gruppi nazionalisti impedisce una coesione in un unico grande partito dotato di un programma ben definito e con degli obiettivi. Per questa ragione, i vari attentati organizzati dai giovani ufficiali, e della marina e dell’esercito, e i vari colpi di stato sono sempre stati un fallimento e i jiken del 15 maggio 1932 e del 26 febbraio 1936 ne sono la prova.

Come riporta Maruyama Masao, l’attentato del 15 maggio era stato pianificato e le azioni divise fra tre gruppi operanti: la marina avrebbe dovuto occupare la residenza del Primo Ministro, un’altra parte la Camera dei Lord e un terzo gruppo liberare i prigionieri della Lega del Sangue. Nonostante la divisione dei compiti e la pianificazione logistica, non vennero mai specificate quali riforme concrete si desiderasse mettere in atto; fu solo deciso che Gondō avrebbe presieduto al nuovo governo, divenendone il leader. Nient’altro.[25] Il concetto di coup d’état era di fatto legato alla “distruzione” del governo esistente più che alla “creazione” di un nuovo governo. Senza distruzione non poteva esservi ricostruzione, questa era l’unica sicurezza e l’unico assunto che motivava le azioni sovversive dei militari.[26]

Nel 1936, dopo il Niniroku jiken, il Giappone sottoscrive il Patto Anticomintern con la Germania: il fascismo è affare di stato, non più movimento popolare, è imposto dall’alto.[27]

  1. Le gaiatsu

Come accennato nell’introduzione, il Giappone è molto sensibile alle influenze esterne. La Restaurazione Meiji era stata una riforma strutturale legata alla visita dei popoli occidentali. Il risultato delle modifiche applicate al sistema imperiale giapponese era stata una costituzione di tipo prussiano che soddisfò abbastanza l’occidente e gli Stati Uniti. Secondo Pyle, le élite conservatrici davano priorità alle sfide che venivano dall’esterno data la consapevolezza della precarietà del ruolo del Giappone nel contesto internazionale.[28] Data la linearità della storia giapponese, rinchiusa nel confine insulare, l’avvento degli occidentali comportò la caduta del sistema sinocentrico, caposaldo dell’equilibrio in Asia. Scosso da una tale novità, il Giappone si dimostra all’altezza delle aspettative occidentali e concorre in aiuto della Gran Bretagna, che ne chiede espressamente il soccorso, durante il Primo Conflitto Mondiale.

Le gaiatsu, pressioni esterne, sono la locomotiva dell’attivismo giapponese. E dunque, il militarismo giapponese ha preso forma nel processo di modernizzazione e poi mortificazione del Giappone, come ho dichiarato all’inizio della mia analisi.

Tuttavia, attribuire la nascita del fascismo giapponese alla sola influenza occidentale sarebbe scorretto non solo per l’occidente ma per il Giappone stesso. Abbiamo esaminato gli elementi più genuini del fascismo giapponese e il suo travaglio evolutivo nel corso degli anni. Per rendere giustizia tanto al Giappone quanto alle potenze occidentali, USA inclusi, diremo che il governo giapponese, di fronte ad una sfida lanciata da una gaiatsu, reagisce con un atteggiamento realista che permette a chi è al governo di individuare quali sono le priorità dettate dall’equilibrio internazionale del momento, ragion per cui il Giappone abbraccia la scelta di un adattamento opportunista nei confronti del balance of power contemporaneo e riorganizza la sua economia e la sua politica per far fronte alle sfide. L’eredità culturale giapponese non viene tenuta in considerazione in queste fasi di mutamento in quanto l’identità giapponese non è così facile da sradicare.[29]

Essendo vincolata alla necessità di sopravvivere in un contesto internazionale, la Restaurazione Meiji getta un’ombra cupa su tutti i provvedimenti presi in quegli anni per conseguire lo scopo. Il Giappone ha il merito di essere stato l’unico paese asiatico ad aver risposto alla colonizzazione con l’emulazione, invece che piegarsi alla potenza degli invasori.[30]La risposta del Giappone è dunque per certi versi insolita; questo perché, al contrario degli altri paesi dell’Asia e non solo, emulare non è motivo di vergogna o espressione di un rinnego della propria identità culturale ma è, di fatto, l’unico modo di imparare, analizzando in maniera realista ciò che di costruttivo vi è nelle culture altrui al fine di renderlo proprio e migliorarsi.

Con la Prima Guerra Mondiale, gli USA si affermano come potenza leader che decide l’equilibrio economico internazionale e, per evitare di ritrovarsi isolato dal mondo, il Giappone deve adattarsi al nuovo ordine economico e quindi politico voluto dagli Stati Uniti. Ma la depressione degli anni ’20 mette in crisi il sistema e chi lo ha architettato, concedendo al Giappone di abbandonarsi ad uno slancio di autostima e quindi invogliandolo ad acquisire un più ampio potere decisionale. Il liberalismo economico, visto come la causa della depressione economica che assorbì le economie tutte, fu sostituito dal protezionismo economico.[31]

Di fronte al crollo del sistema internazionale, il fascismo appare come un’alternativa sicura ad un mondo dominato dall’”anarchia”.

Ecco dunque il Giappone adattarsi al modus operandi internazionale, reagire alla depressione degli anni ’20 e alle mortificazioni razziali di Versailles, rilanciando la cultura del bushido e l’orgoglio nazionalistico che portato allo stremo scatenò la diffusione del fascismo giapponese.

Tabella 1, nota numero 9 pag. 5

Fascismo Giapponese                                                      Fascismo Occidentale
Punti in comune:
Opposizione a liberalismo e parlamentarismo; 

Opposizione a ideologia Marxista;

Opposizione a capitalismo moderno;

Glorificazione guerra e mito della razza pura;

Espansione territoriale;

Totalitarismo

Specifici del «fascismo» giapponese sono invece
Kazokushugi ossia Familismo

Nōhonshugi ossia Ruralismo e Provincialismo

Pan-Ajiashugi ossia Pan-Asiatismo

Ruolo dello shintoismo

Tabella 2, nota numero 14 pag. 11

Il Giappone desidera creare una sfera di influenza che inglobasse tutti i paesi dell’Oceano Pacifico, Asia Centrale e Oceano Indiano, dividendo le conquiste in tre sfere di influenza:
Internal Sphere: Giappone, Cina e Manciuria
Small Co-prosperity Sphere: Internal Sphere + Siberia, Indocina e Sud del Pacifico
Greater Co-Prosperity Sphere: Small Sphere + Australia, India e altre isole del Pacifico

Fonte: Frattolillo Oliviero, op.cit. p.28

Bibliografia

Bouissou Jean-Marie , “Storia del Giappone contemporaneo. Le vie della civiltà”, Il Mulino, 2003 (esclusivamente capitolo 1)

 

Frattolillo Oliviero, “Interwar Japan beyond the West: The Search for a New Subjectivity in World History”, Cambridge Scholars Publishing

Hoyt Edwin, “The Militarism. The rise of Japanese militarism since WWII” D. I. Fine, New York, 1985 (esclusivamente da capitolo da 3 a capitolo 8)

Maruyama Masao, Thought and Behaviour in Modern Japanese Politics,  edited by Ivan Morris, Oxford University Press

Pyle B. Kenneth, Profound Forces in the Making of Modern Japan, Journal of Japanese Studies, Vol. 32, No. 2, Summer, 2006

 

[1] Jean-Marie Bouissou , “Storia del Giappone contemporaneo. Le vie della civiltà”, Il Mulino, 2003 p.28

[2] Hoyt Edwin, “The Militarism. The rise of Japanese militarism since WWII” D. I. Fine, New York, 1985, p.62-63

[3] Il Giappone ha fluttuato fra quarto polarità: Occidentalismo, Nipponismo, Asiatismo, Cosmopolitarismo (vedere Frattolillo Oliviero, “Interwar Japan beyond the West: The Search for a New Subjectivity in World History”, Cambridge Scholars Publishing, 2012 p.106)

[4] Kenneth B. Pyle, “Profound Forces in the Making of Modern Japan”, Journal of Japanese Studies, 32:2 p.398

[5] Gordon Bill, “Japan’s March Toward Militarism”, Wesleyan University, 2000, p. 1

[6] Kenneth B. Pyle, op. cit. p.394

[7] Come osserva lo scrittore Natsume Sseki, lo sviluppo del Giappone moderno fu “generato dall’esterno” gaihatsuteki no kaika

[8] Hoyt Edwin, capitolo 4

[9] Le zaibatsu nascono fra il 1883-87 (vedere Jean-Marie Bouissou , op.cit. p.33)

[10] Bisogna tuttavia precisare che, mentre in occidente il socialismo e i partiti proletari investono un ruolo determinante nell’andazzo della situazione politica del paese, in Giappone questa diffusione del Marxismo e dell’ideologia socialista è un fenomeno più intellettuale e si riscontra poco nella vita quotidiana.

[11] Jean-Marie Bouissou , op. cit, p.17

[12] Frattolillo Oliviero, op. cit. pp. 20-21

[13] Masao Maruyama, “Thought and Behaviour in Modern Japanese Politics”, edited by Ivan Morris, Oxford University Press, 1963, pp.29-31

[14] Vedere tabella 1, pagina 11.

[15] La solidarietà rurale consiste nel favorire la decentralizzazione a discapito della centralizzazione e la promozione dei villaggi a discapito dei centri urbani

[16] Masao Maruyama, op. cit. p. 31

[17] Masao Maruyama, op. cit. p.72

[18] Nella terza fase del fascismo giapponese i due gruppi saranno entrambi scomparsi

[19] Masao Maruyama, op. cit. p.57-58

[20] Vedere tabella 2, pagina 11

[21] Il termine Lebensraum è una definizione di biogeografia/geopolitica e si traduce come “spazio vitale”, inteso come necessità di estendere il proprio territorio per far fronte alla crescita demografica (nel caso tedesco) o alla scarsità di risorse naturali (come nel caso giapponese), creando le basi per legittimare l’espansione coloniale

[22] L’esercito giapponese arriva a controllare le aree cinesi colonizzate da americani, inglesi e olandesi

[23] Hoyt Edwin, op. cit. p.94

[24] L’esercito giapponese commette innumerevoli atrocità nei confronti della popolazione di Nanchino. Il massacro è tutt’ora motivo di controversia fra Giappone e Cina all’interno dei manuali scolastici. Secondo quelli giapponesi, l’esercito desiderava soltanto condurre una “guerra santa” di liberazione della Cina, sradicando la presenza comunista e quella occidentale (vedere Frattolillo Oliviero, op. cit. p.25)

[25] Maruyama Masao, op. cit. p.53

[26] Maruyama Masao, op. cit. p.54

[27] Il passaggio dal fascismo dal basso a quello dall’alto è identificato come il la discesa del Giappone nella “Valle Oscura” (vedere Frattolillo Olivero, op.cit p.22)

[28] Pyle B. Kenneth, Profound Forces in the Making of Modern Japan, Journal of Japanese Studies   >  Vol. 32, No. 2, Summer, 2006 p. 399

[29] Il Giappone, paese prevalentemente agricolo, si trasforma in paese industrializzato nel giro di un cinquantennio, stupendo gli occidentali. L’economia slitta dal ruralismo all’urbanismo, suscitando così la reazione dei giovani militari e ufficiali e quella del popolo

[30] Pyle B. Kenneth, op. cit. p.401

[31] Come spiega Pyle, ogni paese limita i commerci al proprio impero: la Gran Bretagna con i paesi del Commonwealth, la Germania con l’Europa Centrale e la Russia con l’Est Europa

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