Il romanzo horror che ha stupito Stephen King

The Ruins is your basic long scream of horror [S. King sul romanzo Rovine]

Denial. A fairy tale. [Jeff mentre pensa alla morte per inedia]

Provate un po’ a chiedere ai vostri amici lettori di suggerirvi una lettura horror. Tutti, dal primo all’ultimo, menzioneranno un paio di libri, di autori o di titoli tra i quali, sicuramente, comparirà il nome di Stephen King (in particolare, molto probabilmente IT o Shining) oppure Edgar Allan Poe. Qualcuno vi consiglierà anche di leggere Lovecraft, raccomandandovi i suoi racconti.

Io, personalmente, senza nulla togliere agli autori appena citati, vi consiglierei di leggere Rovine di Scott Smith.

9788817020329_0_240_0_0Rovine è pura narrativa horror. La trama è priva di artifici e colpi di scena, e anzi, a dirla tutta, potremmo dire che nella sua semplicità sia addirittura banale. Un gruppo di amici, due coppie, va in vacanza in Messico, paese conosciuto per le sue bellezze e anche per le sue stranezze. Lì incontrano un ragazzo che ha smarrito ogni traccia di suo fratello, e tutti insieme si recano nel posto dove sperano di trovarlo, un luogo isolato, nascosto fra la giungla e il nulla, dove degli archeologi stanno effettuando degli scavi.

Solo leggendo questo, si può immaginare che il romanzo ruoti intorno ad una montagna o una valle maledetta, si profilano nella nostra mente immagini tipiche dei racconti e dei film d’orrore: notti insonni, pericoli, trappole.

Scott Smith non ci delude sotto questo aspetto, infatti il pericolo e la morte accompagnano i protagonisti fin dalle prime pagine.

L’incipit del romanzo comincia con le due coppie, Jeff e Amy, Eric e Stacy che, in Messico, nuotano nei pressi del relitto di una nave insieme ad una guida del posto. Mentre stanno facendo snorkeling, vedono Mathias salire dagli abissi, sulle spalle una bombola di ossigeno.

La morte e la distruzione compaiono già, dunque, nella prima pagina. I quattro ragazzi che nuotano intorno a un relitto, Mathias che risale dalle profondità del mare. Sembrano descrizioni innocenti di una semplice vacanza all’estero. Invece, è proprio grazie a questi banali episodi che Smith tiene sospeso il lettore fin dall’inizio.

Sebbene non conosca separazione in capitoli, ma solo in paragrafi, per convenienza desidero dividere il romanzo in due parti. La prima parte è quella ambientata a Cancùn, dove i ragazzi sono in vacanza, la seconda nel sito archeologico.

Chiaramente, fin quando i ragazzi sono a Cancun, in hotel, a sorseggiare birra e a nuotare pigramente, il romanzo non contiene dettagli orrifici, non ci sono immagini di sangue e di morte. Nonostante ciò, la prima parte è tanto intensa, tanto difficile da digerire, quanto la seconda parte. Quando i ragazzi decidono di mettersi sulle tracce del fratello di Mathias, infatti, sembra quasi che su di loro sia già caduta una maledizione. I pensieri di Stacy si intrecciano in intricate matasse e fobie fondate sul nulla la turbano. La personalità di Amy, descritta come una persona pedante e tendente alla lagna, diviene quasi docile di fronte alla scelta dei suoi amici di andare nella giungla a cercare il fratello di uno sconosciuto. Una serie di piccoli incidenti, come il furto del cappello di Stacy alla stazione o la nausea di Eric nell’autobus verso Coba, sono descritti in maniera morbosa perché sono imbevuti di significato.

Più tardi, questi piccoli episodi ritorneranno, fra le rovine e i resti archeologici, sotto forma di ossessioni, di incubi, di incontrollabili fobie che assalgono i protagonisti all’improvviso. 

Jeff, Stacy, Amy e Eric, insieme a Mathias e a Pablo, due ragazzi conosciuti in vacanza, si troveranno a vivere esperienze terribili. Nonostante la semplicità della trama, e un lasso temporale di soli tre giorni, considerando la lunghezza del romanzo, questo non risulta essere affatto noioso. In più punti, forse, potrebbe turbare i cuori deboli. Sonorovine_4 incredibilmente dettagliate e minuziose le descrizioni di ferite e piaghe, incredibilmente intesi e realistici i tuffi nell’anima dei personaggi che Smith fa quando i suoi protagonisti si trovano ad affrontare il pericolo.

Stephen King lo ha definito “The Book of the Summer […] The Ruins is your basic long scream of horror”. 

Rovine, titolo originale The Ruins, conosce la sua prima edizione nel luglio 2016. Ispira un film omonimo.

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Il tragico esito di un profumo letale – Patrick Suskind

Gli uomini potevano chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all’orrore, davanti alla bellezza, e turarsi le orecchie davanti a melodie o a parole seducenti. Ma non potevano sottrarsi al profumo. Poiché il profumo era il fratello del respiro.

Il profumo è il romanzo più famoso dello scrittore tedesco Patrick Suskind.

Il romanzo è ambientato nella Francia del del XVIII secolo ed ha come unico protagonista Jean-Baptiste Grenouille, una persona incredibilmente intelligente e, purtroppo, incredibilmente malvagia. Lo scrittore parla in terza persona di Jean-Baptiste, dimostrando una certa ammirazione per il suo astuto cervello e il suo incredibile ingegno e un profondo rammarico per il fatto che queste doti, potenzialmente miracolose, siano state utilizzate per scopi tetri. 

Jean-Baptiste nasce a Parigi, ed è figlio di una pescivendola. Sin dal principio della sua vita, è un essere abietto, un piccolo mostro. La madre lo abbandona subito e la prima cosa che fa Jean-Baptiste è urlare, annunciare la sua nascita al mondo e condurre al patibolo la donna. Il bimbo passa da una balia all’altra, senza che nessuna si dimostri capace di amarlo; anche un prete, che adora i bambini e si intenerisce ai loro teneri pianti, prova ribrezzo per lui. Jean-Baptiste è prima un bimbo e poi un ragazzo dall’aspetto normale, non particolarmente bello ma neanche il più brutto che esista. Eppure, lui ha un incredibile difetto fisico, ossia non possiede alcun odore. Nonostante ciò, egli ha un naso sopraffino, riesce a orientarsi al buio e a fiutare l’arrivo di una persona a chilometri di distanza. Come uno squalo, nuota in acque profonde e sale in superficie solo per uccidere le sue prede.

Il profumo è un romanzo particolarmente intenso. Nonostante il protagonista sia uno soltanto, e la trama sia semplice, l’opera non risulta per nulla noiosa o sgradita. Patrick Suskind dimostra un’enorme abilità nel descrivere qualunque luogo o circostanza: la puzzolente Parigi, le cui strade vengono dipinte con toni quasi morbosi; le fanciulle del romanzo, di cui non si conoscono tutti i nomi ma che sembra di conoscere come delle persone amiche; i pensieri di Jean-Baptiste, che varcano di molto il limite dell’assurdo e che, nonostante la loro complessità, ci risultano comprensibili.

In questo romanzo, non manca l’amore. Non è un amore convenzionale, quello che Jean-Baptiste prova verso le sue donne. Il suo, è un amore tragico, letteralmente psicopatico, dominante, omicida. La percezione della vita di Jean-Baptiste non va dagli occhi al cuore, bensì dal naso alle mani. La sua esistenza sarebbe perfetta anche se fosse bendato. Il suo cuore non prova nulla, si agita solo al cospetto dei profumi.

Jean-Baptiste non vive, imita. Quando deve, piega le labbra portando gli angoli verso l’alto, facendo una cosa che la gente chiama sorridere. Lui non è mai felice così come non è mai triste. La sua vita è un perpetuo inseguimento di uno scopo, che richiede tutto il suo ingegno. 

La splendida cucina di Banana Yoshimoto

Kitchen è un romanzo di Banana Yoshimoto, pseudonimo della scrittrice giapponese Mahoko Yoshimoto. Il romanzo è stato pubblicato per la prima volta in Italia nel 1991 da Feltrinelli. 

Kitchen non è quello che si potrebbe definire un romanzo d’azione. Di genere introspettivo, a tratti psicologico, il romanzo è composto di poco più di un centinaio di pagine. Il personaggio principale è quello di Mikage, una ragazza che, dopo la morte della nonna, resta completamente sola. La cucina diventa dunque il suo rifugio, per Mikage rappresenta l’ambiente migliore di tutta la casa. La ragazza usa anche la cucina come metodo per capire le persone con cui si trova a stringere dei nuovi legami: se queste persone hanno una bella cucina, allora possiedono sicuramente una bella personalità.

I due temi del romanzo della Yoshimoto sono dunque, al contempo, il sentimento di smarrimento di fronte a una perdita e lo stupore e il timore dei nuovi incontri. Questi due sentimenti sono inseriti in un tessuto fantastico, a tratti allucinato, incarnato dall’enigmatica figura di Urara, una ragazza misteriosa, senza dimora e senza età, con la quale Mikage stringe un legame speciale di intesa e di amicizia. Le due ragazze condividono l’esperienza del dolore, a entrambe è sfuggito qualcosa di importante dalle mani e, tutte e due, sono legate a un ricordo che impedisce loro di muovere passi verso altre persone nonché una vita migliore, più serena ed equilibrata.

Kitchen è stato spesso criticato per i suoi toni un po’ infantili. Sono molti quelli che, leggendolo, hanno affermato che il romanzo abbia toni da “manga”, praticamente i nostri “cartoni animati”, e che i contenuti siano banali. Apparentemente, per molti lettori, questo romanzo lascia il tempo che trova, quindi, nonostante sia innegabilmente una piacevole lettura, non lascia alcuna traccia nella memoria di chi lo legge.

Essendo la prima opera di Banana Yoshimoto, il romanzo è sicuramente acerbo. Tuttavia, definirlo banale mi sembra un abuso dell’aggettivo. Sicuramente, ci sono romanzi psicologici e introspettivi molto più complessi e profondi, comunque i protagonisti di Kitchen sono persone giovani, che hanno poca esperienza della difficoltà della vita e che non si sono mai arrovellati il cervello prima della situazione spiacevole che si trovano a vivere. Probabilmente, anche il personaggio di Urara è, potremmo dire, fuorviante: questa anonima presenza che sembra essere nebbia tende a sdrammatizzare il tono altrimenti pesante della narrazione. Infatti, per essere un romanzo di perdita, di lutti e di solitudine, Kitchen si presenta paradossalmente come una lettura leggera.

Questo può portare a pensare che il romanzo sia, appunto, banale, perché non tratta certe tematiche delicate con il giusto metodo. Io lo vedo invece un approccio diverso, volutamente infantile, che l’autrice Yoshimoto ha voluto adattare, per accompagnarci fino all’ultima pagina del romanzo senza provare noia, per farci empatizzare con i personaggi e per facilitare la nostra immedesimazione con il loro dolore.

 

Piccola curiosità sul romanzo Kitchen

L’incipit del romanzo in italiano è

“Non c’è posto al mondo che non ami di più della cucina…”

La traduzione non è fedele all’originale giapponese, che dice invece “PENSO CHE il posto al mondo che io ami di più sia la cucina”. Nella versione giapponese, il senso di alienazione dei personaggi è molto più accentuato. 

Quella tragica fatica di amare. Mazzantini.

Avevo faticato ad amarla, l’avevo respinta, allontanata

Il protagonista segreto del romanzo di Margaret Mazzantini è la morte e il tentativo di sconfiggerla. Nella sua opera narrativa Non ti muovere a parlare è Timoteo, un chirurgo che conduce una vita perfetta, vive un matrimonio invidiabile e ha la fortuna di condividere il tetto con una donna, Elsa, intelligente, indipendente e bellissima nonostante non sia più una ragazzina.

Un uomo con le più alte pretese non potrebbe chiedere nulla di meglio. Un lavoro in un ospedale, dove Timoteo è rispettato dai colleghi e invidiato dagli amici, una donna fantastica, una figlia che non da particolari problemi, se non quello di non voler fare tutti i giorni i compiti a casa dopo scuola. Eppure, la vita di Timoteo è tutto fuorché perfetta, per lo meno ai suoi occhi.

Non ti muovere comincia con un incidente stradale che coinvolge la figlia dell’abile chirurgo e una macchina che non riesce a frenare. Da quando Timoteo scopre che la sua Angela è lì, in fin di vita, siede, e comincia un lungo monologo, espresso con toni lirici. Di fronte alla morte, Timoteo si mette a nudo e si confronta con se stesso.

Il romanzo è di genere introspettivo e, da un certo punto in poi, è un lungo ma ordinato flashback. Timoteo, prima di avere Angela, che attualmente è adolescente, ha una relazione extraconiugale con un a donna, Italia, che lui sembra amare più di qualsiasi altra cosa. La loro relazione è alquanto strana, comincia con un rapporto sessuale che è a metà fra un gioco erotico e uno stupro, e continua fra le difficoltà che possono incorrere fra un uomo che ha una fede al dito e una donna che invece non la può portare. Timoteo è, sicuramente, molto più innamorato di Italia, una donna che lui definisce brutta, dal corpo misero, povera, che con lui non si sente completamente a proprio agio, che di sua moglie Elsa, una donna realizzata, sicura di sé, un uragano di ormoni femminili. Eppure, nonostante sia chiaramente più innamorato di Italia, della sua miseria, della sua vita fatta di lavori precari, Timoteo non la fa mai veramente sua. Esiste, nella sua mente, una specie di blocco, un paletto. Timoteo ama Italia, lei ama lui follemente, e l’unica cosa che lui sa fare è ferirla.

Italia è una donna speciale. Nonostante sia, potremmo dedurre, appena istruita e conduca una vita precaria, è una persona autonoma. Vive con il suo cagnolino, lavora e provvede a sé. Non cerca la compagnia per ripicca, ripiego o per timore della solitudine e sceglie l’amore latitante di Timoteo per volontà propria, nonostante meriti e abbia anche poi effettivamente bisogno di qualcuno che le stia accanto continuamente.

Elsa è una donna apparentemente forte ma tutto sommato succube. Non sembra infuriarsi o indispettirsi di fronte alle strane assenze di Timoteo e non accenna mai la questione di questi allontanamenti. A parte qualche naturale sfogo di ira femminile, sembra che lei e Timoteo siano effettivamente una coppia sposata ma effettivamente non stanno insieme, per lo meno non con tutto il cuore.

Timoteo è un uomo vigliacco, nonché una persona leggermente disturbata. La sua gelosia e il suo pessimismo lo portano spesso a fare dei pensieri assurdi e irreali, quasi folli. Riesce ad essere paranoico nel senso letterale del termine. Inoltre, è anche il classico uomo ritardatario, che rimanda i problemi, tarda a prendere delle decisioni e si trova poi imbrogliato in faccende complesse, nodi difficili da sciogliere.

Più volte, Timoteo fa accenno al suo senso di solitudine, che sembra tormentarlo quando Angela e Elsa, nonostante i litigi e i battibecchi quotidiani, dimostrano di avere un legame profondo e intenso, nel quale lui è solo una comparsa. Timoteo ha abituato sua moglie e sua figlia alla sua assenza, così come Italia era abituata alle sue visite fugaci.

Non ti muovere è un romanzo breve, poco più di un centinaio di pagine. La storia è intensa, le pagine sono ricche di sentimenti, immagini tristi, paure, speranze. Margaret Mazzantini non dimentica nessuna delle emozioni che una persona può provare e i personaggi sono molto realistici. Comunque, si presenta come una lettura molto femminile, sia per il tema dell’intreccio amoroso che per i toni usati dalla scrittrice. 

Cipria bianca come neve. La geisha sfacciata di Yasunari Kawabata

“Il paese delle nevi” è un romanzo di Yasunari Kawabata, cominciato come un romanzo a puntate pubblicato dall’autore su diverse riviste in un arco di tempo che va dal 1935 al 1937. Vince il Premio Nobel della Letteratura nel 1968.

Il romanzo ha come tema principale la tormentata storia d’amore fra una geisha dell’onsen, ossia i bagni termali giapponesi, e uno studioso di Tokyo.

copLa storia d’amore fra Komako, la geisha, e Shimamura, uno studioso di arte e balletti, è tormentata e, tendenzialmente, fatta di incompletezze. Anche i personaggi in sé sono come incompleti, e non riescono a perseguire, individualmente, il loro obiettivo; è questo, in particolare, il caso di Shimamura, che nonostante studi danze e balletti occidentali, non riesce mai ad assistere a uno spettacolo, che gli permetta di verificare con i suoi occhi quanto faticosamente appreso su testo. Eppure, sembra una contraddizione dato che Shimamura scrive di balletto occidentale.

Komako ha invece una personalità tormentata. Sembra perennemente in lotta con se stessa, forse perché la sua natura di geisha o il suo passato da orfana e da ospite a casa di una specie di garante, le rendono impossibile vivere una storia d’amore come lei la vorrebbe davvero. Komako sembra avere due facce, così come possiede due visi: la figura di Komako incarna la figura della geisha tradizionale, non quella di città ma quella di provincia, che si trova a doversi adattare all’occidentalizzazione della cultura giapponese. La geisha, che come abbiamo già detto nella recensione del romanzo “Le memorie di una gesiha”, non è affatto una prostituta, deve possedere molte doti. Principalmente, la geisha è un’intrattenitrice, come una valletta o una ragazza immagine, che però deve saper fare qualcosa. Tutte le geisha devono saper cantare, danzare e suonare, e per questo ci sono gli okiya, che sono case dove le geisha vivono e vengono allevate da delle madri e dalle geisha più anziane. Comunque, Komako sembra non poter disporre di un vero e proprio insegnamento, così fa da sola pratica con il suo shamisen, strumento a corde tradizionale giapponese, riproducendo canzoni passate alla radio, che in questo caso rappresenta l’occidentalizzazione.

Il romanzo è ambientato in questo paese delle nevi non meglio definito, dove ogni anno una fitta neve cade, bloccando stazioni e treni in entrata e in uscita; è come se fosse lontana dal tempo e dallo spazio, come se una cupola coprisse la città, dove la geisha, emblema della tradizione giapponese, sembra lottare contro gli assurdi cambiamenti della società contemporanea.

Anche l’immobilità di Shimamura è emblematica: lui possiede una famiglia a Tokyo, e una vita tutta sua composta da moglie, prole e studi delle arti occidentali; poi c’è Komako, la geisha Komako, che ricorda a Shimamura della sua giapponesità.

Shimamura, dunque, è un uomo incompleto. Studia un’arte, e non riesce ad assistere neanche a uno spettacolo. Ha una storia d’amore con Komako, e le fa visita quando può, sfidando il freddo e le nevi, sebbene lei non sia una geisha di città ma una geisha osen, da bagni termali, e quindi di rango inferiore, e, nel frattempo, si ritrova spesso a pensare ad un’altra ragazza, Yoko, della quale si innamora su un treno, mentre lei si prende cura di un vecchio malato che viaggia con lei.

1898936Le ciprie e le polveri che coprono il viso delle geisha, sono dello stesso colore e dello stesso pallore della neve. Non è questa, certo, una coincidenza. Yasunari Kawabata desidera parlare del Giappone e delle trasformazioni a cui è obbligato con la globalizzazione, la perdita di identità, sia di Shimamura che scrive libri sul balletto occidentale senza aver mai assistito ad un solo spettacolo, che di Komako, che rimuove la cipria e si sveste della sua identità di geisha quando si trova col suo amato Shimamura.

Komako è una geisha bella e richiesta, che alle feste beve. Vittima di un gossip, viene spacciata per fidanzata a un uomo al quale non appartiene. Tuttavia, sembra molto sfacciata nel suo risolvere le situazioni, intrufolandosi nell’hotel dove alloggia Shimamura, di nascosto, pur di salutarlo anche se solo un minuto, o del modo in cui tratta Yoko, che è per lei amica e rivale d’amore.

Non a caso, il romanzo ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1968. I suoi toni delicati, la lentezza di certe parti, i dialoghi spezzati e i fraintendimenti, rendono il romanzo un enorme haiku.

Kawabara scrive anche La casa delle belle addormentate, romanzo che ispira Memoria delle mie puttane tristi di Gabriel García Márquez.

Un’estate fitta di nebbia. Le atmosfere gotiche di Carlos Ruiz Zafón

Il romanzo “Il principe della nebbia” di Carlos Ruiz Zafón è uno dei componenti della trilogia della nebbia, composta da Il principe della nebbia (2002)Il palazzo della mezzanotte (2010) Le luci di settembre (2011, date in traduzione italiana).

Il romanzo è ambientato sulle sponde dell’Atlantico, negli anni della Seconda Guerra Mondiale, in particolare nel 1943. I protagonisti sono i membri della famiglia Carver, che si trasferisce in una piccola cittadina lontana dal pericolo della guerra. Lo stile del romanzo è genuinamente gotico, l’atmosfera è spettrale e alcune pagine sono incredibilmente spaventose.

Lo stile del romanzo è molto semplice, non pecca di pomposità strutturale, con frasi lunghissime e paroloni da capogiro, e anche il romanzo in sé è molto breve. La trama è abbastanza fitta, eppure lineare. Tutto ruota intorno a un personaggio malvagio, Mister Cain, un mago dai poteri oscuri. Mister Cain promette di esaudire i desideri di chiunque chieda il suo aiuto, in cambio di un pegno, da riscuotere subito o dopo negli anni; la pena per chi non salda il debito con Cain è la morte. 28bxoac.jpg

Il figlio dei Carver, Max, ha uno spirito di osservazione eccezionale. Nota subito, quando si trasferisce in questa piccola cittadina con la sua famiglia, che l’orologio della stazione nella quale arrivano segna un orario sbagliato, perché gira in senso antiorario, come a tornare indietro nel tempo. Avverte uno strano malessere rendendosi conto di ciò, e la presenza di uno strano gatto che sembra particolarmente attratto dalla famiglia non fa che aumentare la sua inquietudine.

Zafón utilizza nel suo romanzo immagini terrifiche abbastanza trite e ritrite. Cain si trasforma in pagliaccio, e i pagliacci sono inquietanti anche per chi non ha visto il film E.T. La nebbia, che nasconde le cose, copre la vista, crea suspense. La piccola Ivina Carver, che accoglie lo strano gatto in casa, senza riuscire a percepire la malignità della sua aura. Il guardiano del faro, un classico nei libri e nei film dove il protagonista principale è il mistero.

Tuttavia, Zafón utilizza queste immagini terrifiche con incredibile maestria! Ci sono pagine e pagine di puro terrore. Il linguaggio viene adattato alle circostanze, veloce e calzante per far salire nel lettore la voglia di proseguire nella lettura, lento e mellifluo nelle descrizioni spaventose di Mister Cain e delle sue malefatte.

Non manca un piccolo intreccio sentimentale, descritto nei modi più teneri, essendo il suo romanzo adatto a un pubblico giovane. Zafòn sembra conoscere perfettamente la mente dei ragazzi, i loro pensieri e i dubbi che sorgono di fronte a situazioni nuove e sentimenti mai provati prima, l’imbarazzo di un primo bacio dato in pubertà, i sorrisi timidi di due persone che si piacciono.

Nel romanzo, Max Carver e Ronald, ragazzo nato e cresciuto nella piccola cittadina, diventano subito amici, e si dedicano ad attività ludiche anche abbastanza pericolose, quando si immergono nelle profondità del mare per recuperare i segreti nascosti di un relitto naufragato anni addietro.

I colpi di scena sono sicuramente uno dei punti forti di Zafón. Ad ogni modo, a svariate pagine dal finale, è possibile prevedere come la storia andrà a finire; ciò non impedisce di proseguire nella lettura, tutt’altro. Lo stile di Zafon è così coinvolgente e i suoi personaggi fanno innamorare il lettore talmente tanto, che non c’è modo di sospendere la lettura del romanzo per dedicarsi ad altro. Il lettore resta al fianco di Max fino alla fine.

Consiglio la lettura di questo romanzo e, non appena avrò modo, leggerò gli altri due romanzi della trilogia della nebbia.

Un moribondo e le sue putas tristes

Memoria delle mie puttane tristi è l’ultimo romanzo di Gabriel García Márquez, pubblicato nel 2004 e tradotto in italiano nel 2005.

Il romanzo comincia con il compleanno di uomo non propriamente giovane, che sta appunto per raggiungere la veneranda età di soli 90 anni. Così come un’epifania, il protagonista apre gli occhi e si rende conto di essere vecchio. Come ripete più volte all’interno del romanzetto, il critico d’arte e giornalista non da mai valore agli anni che tiene, e quando si reca dal dottore a causa dei reumatismi, è come se non capisse che cosa significhi la frase “considerando la sua età”.

Il protagonista però improvvisamente l’avverte; e gli preme sentirsi vivo in qualche modo. Per il suo compleanno, desidera privare della verginità una ragazzina, e per questo contatta la sua vecchia amica nonché ruffiana di mestiere, Rosa Cabarcas.

Una verginella, che di mestiere attacca bottoni, quattordicenne, gli viene servita su un piatto d’argento. É povera, e lavora in una sartoria dall’altra parte della città per aiutare la famiglia, si prende cura dei fratelli più piccoli e si fa carico delle sciagure di casa. Quando i due si incontrano, lei dorme, perché per tranquillizzarsi Rosa Cabarcas le da’ dei tranquillanti che la fanno crollare in un sonno profondissimo. I due non comunicano mai, e lui la chiama Delgadina.

thxpmhzj0cDelgadina, fondamentalmente, è addormentata per tutto il romanzo. Ogni volta che i due si incontrano, lui la ammira dormire, lei magari si sveglia per un paio di minuti a notte fonda e le dispiace svegliarlo per dargli ciò per cui lui ha pagato. Fra i due, nasce un vero e proprio legame di anime. Il protagonista si innamora subito di lei, dei suoi occhi chiusi dal sonno, del suo respiro regolare e profondo. Delgadina gli da ciò che lui non è mai riuscito a trovare nella sua vita, l’amore vero. É come se la ragazza fosse una proiezione della sua coscienza: il protagonista, infatti, è stato un rubacuori e un uomo incostante. Non lo dice apertamente nel romanzo, ma è ciò che si deduce quando incontra alcune donne con le quali ha trascorso momenti di intimità quando entrambi erano giovani.

La difficoltà di legarsi a una donna, viene decantata apertamente subito, quando lo scrittore dice che lui ha sempre pagato per fare sesso e anche quando qualcuna accettava di stare con lui per piacere personale, lui insisteva per pagare queste prestazioni. Era questo un modo di evitare di stringere legami.

É bellissimo il ricordo che ha della madre, con la quale nessuna donna regge il confronto. Una donna bella, intelligente, dotata, che si prende cura della famiglia pensando prima ai familiari e poi a sé. É con lei che nessuna donna riesce a reggere il confronto, se non per Delgadina, che l’uomo immagina china sulle lenzuola a rassettare la biancheria o mentre si prende cura dei suoi fratelli minori, lei, così piccola e così donna. memorie-delle-mie-puttane-tristi

In generale, le donne di Marquez hanno tutte un che di passivo e rassegnato. Comunque, anche quando parla di prostitute, non usa mai toni cattivi e denigratori, è come se il sesso decadente e la femminilità sciupata siano imbevuti di poesia.

Emblematica è anche la figura del gatto, che i colleghi regalano al protagonista per il suo compleanno. Dopo un po’ si scopre che il gatto è vecchio e dovrebbe essere abbattuto, cosa alla quale egli si oppone con tutto se stesso. Sebbene non sia mai stato grande amante degli animali, quel gatto per lui significa molto. Abbattere il gatto sarebbe come ammettere di meritare di morire; e lui questo non lo desidera affatto.

Il finale è per molti motivi prevedibili. É la storia di un uomo che cerca una rivincita e una vittoria e si capisce sin dalle prime pagine, grazie ai toni usati da Marquez, se ci riuscirà o meno.

 

Breve saggio su Kakuta Mitsuyo

Questa autrice è, nonostante la fama che ha in Giappone, poco tradotta nel resto del mondo. Ha vinto alcuni premi letterari tra cui il Kayen nel 1990 (premio dato a scrittori esordienti) e la 132esima edizione del Premio Naoki.

Questa attrice è molto attiva sui social network, ha un profilo tweeter molto frenetico e attraverso questo scambia pensieri con Banana Yoshimoto.

Uno dei suoi racconti famosi è “Pieces”, scritto in occasione del disastro di Fukushima e della raccolta “Scrivere per Fukushima”. La protagonista di questo racconto è una donna di mezza età che passeggia su una spiaggia, che riflette sul suo matrimonio che entra in crisi perché, in occasione del gran blackout (del 2006 realmente accaduto durante la notte), scopre che il marito ha una relazione extraconiugale e lo lascia. I suoi pensieri girano intorno a parole quali perdita, infelicità, dolore.

Questo racconto è stato scritto in occasione del disastro di Fukushima, eppure non si fa nessun accenno alla tragedia: è, questo, un artificio letterario utilizzato per tutte le opere di questo genere; ci sono dei legami con il tragico episodio, legami che sono appena percettibili; in questo caso, Kakuta parla del blackout del 2006, causato dalla TEPCO, che è poi coinvolta nel disastro nucleare di Fukushima.

I personaggi di Kakuta Mitsuyo sono in genere delle donne che vivono dei momenti di transizione, le loro fasi di cambiamento sono associate a delle rinunce che loro fanno della propria personalità per integrarsi con gli altri. Ha in comune questa cosa con altri scrittori:

  1. Lo scrittore giapponese Shiga Naoya, che parla dell’uomo non integrato socialmente
  2. Lo scrittore giapponese Natsume Soseki, che in Kokoro parla di questo ragazzo che cerca la propria collocazione nel mondo
  3. Lo scrittore giapponese Shuichi Yoshida che, in Parade, descrive cinque personalità, cinque coinquilini che non sono di fatto amici ed è, infatti, la storia di cinque solitudini

In Taigan no Kanojo (Women on the shore), che andremo ad esaminare, le protagoniste sono due donne. È indispensabile fare una premessa e aprire una parentesi sulla figura della suocera: nella cultura giapponese è vista come il male supremo nel matrimonio, la suocera infastidisce la nuora. Anche qui ritorna questo tema, nonostante sia un personaggio minore riesce ad essere molto scocciante. Le due protagoniste sono

  1. Sayoko: si sposa e ha una bambina. Quando la figlia ha tre anni, la donna decide di tornare al lavoro e la suocera è contraria. Inoltre, lei fa molti colloqui di lavoro ma essendo madre viene vista come impiegata poco affidabile che antepone la famiglia al lavoro (altro tema diffuso: discriminazione della donna sul lavoro)
  2. Aoi: è la donna che offre lavoro a Sayoko. Non si sottomette alla logica del cameratismo

Nonostante all’apparenza siano molto diverse tra loro (Sayoko molto formale e gentile verso il capo Aoi mentre Aoi si dimostra molto alla mano) hanno molte cose in comune.

Il libro è diviso in due parti, un capitolo affidato a ciascuna e la narrazione è in terza persona. Il narratore è quindi esterno, tuttavia non è un narratore onnisciente, in quanto il punto di vista è quello delle due protagoniste. Nella narrazione quindi noi veniamo a conoscenza, man mano, di alcuni dettagli che ci aiutano a ricomporre tutta la storia.

Breve saggio su Murakami Haruki

I personaggi di Murakami sono tendenzialmente dei personaggi soli, forse questa caratteristica è la conseguenza del fatto che, l’autore, essendo figlio unico, abbia avvertito la solitudine in da piccolo (anche se è un’interpretazione arbitraria e non validata).

Molte sono le influenze della letteratura americana contemporanea all’epoca: anche il linguaggio che utilizza è molto semplice da capire per chi ha familiarità con la lingua inglese.

In seguito al conflitto mondiale nacque una generazione di “scrittori del dopoguerra” di cui fanno parte anche Abe Kogo e Oe Kenzaburo. Tutti gli scrittori che appartengono a questo gruppo sono accomunati da una critica più o meno esplicita degli americani che occupano il Giappone e sono influenzati dall’esperienza della guerra e il dolore della sconfitta. In seguito avremo gli “scrittori del dopo dopoguerra”, scrittori che vivono l’occupazione ma descrivono il loro sentimento verso l’occupazione americana in modo diverso, con meno spaesamento. Difatti, non conoscono il Giappone come era prima della guerra e dell’occupazione americana cominciata nel 1952 e, quindi, sono meno ostili all’occupazione americana essendoci avvezzi.

Murakami Haruki ha grande familiarità con la cultura americana, che ammira molto. Traduce una grande quantità di opere in giapponese colmando la lacuna culturale della cultura giapponese riguardo appunto quella americana.

Una cosa che Murakami fa nelle sue opere è decostruire l’immagine del Giappone che l’occidente possiede. Nei suoi romanzi compaiono pochi kimono, sushi e altri elementi tipici della cultura giapponese, quindi propone un’immagine de-stereotipata e più reale del paese.

Da un punto di vista testuale troviamo tre elementi:

  1. I suoi libri sono fruibili a più livelli, sono storie interessanti, divertenti e raccontano qualche cosa al lettore
  2. Sono ben strutturate
  3. C’è un ricco impianto allegorico che offre la possibilità di molteplici interpretazioni.

In particolare un tema a lui molto caro è il senso di perdita. I suoi personaggi perdono sempre qualcosa, materiale ma non solo, anche ricordi o parti di sé.

Nel suo romanzo 1Q84, la cui ambientazione è un mondo parallelo, Murakami descrive la perdita del sé ed è, questa, una perdita spirituale. Quando Murakami scrive 1984 in Giappone c’è la bolla economica ed è un periodo di forti cambiamenti.

I protagonisti di 1Q84 possiedono i punti di vista della narrazione, l’opera è divisa in due parti, affidate ai due protagonisti. Ci sono anche altri personaggi che detengono un punto di vista quando compaiono nella narrazione. Quella di Murakami è una focalizzazione interna perfetta perché è in terza persona, la storia sembra ripresa dall’alto con una telecamera. Murakami, tra le altre cose, riporta i pensieri dei personaggi senza virgolettarli, incastrando vicende e punti di vista.

Un altro merito di Murakami è quello di scrivere vari libri che danno l’idea di essere vari capitoli di un unico intero libro, quella che lui fa è una macro-narrazione fra tutte le sue opere.

I personaggi di Murakami, oltre ad essere “soli”, hanno anche difficoltà comunicative. Soprattutto gli uomini sono vittime di reticenza, un’insicurezza che impedisce una normale facoltà comunicativa. Manca la spinta che porta a relazionarsi con gli altri personaggi e quando la comunicazione avviene, non è mai per via diretta, ma quasi indiretta. Per esempio, in 1Q84, i due personaggi sono legati da un episodio che risale a svariati anni prima. Sembra che le loro storie siano binari paralleli destinati a non toccarsi mai.

 

Breve saggio sulla scrittura di Natsume Soseki

La scrittura di Natsume Soseki si divide in tre momenti:

  1. Fase sperimentale, che vede opere quali Wagahai ha neko de aru “Io sono un gatto”, Botchan “Il signorino”, dove affronta varie tematiche e sperimenta vari stili
  2. Opere legate a tematiche specifiche: la figura del vinto, il disagio e l’incapacità di adattarsi
  3. Ricerca del sé e analisi della libertà: la libertà è fare ciò che si vuole ma con una percentuale di responsabilità sociale.

Soseki, a cavallo fra epoca Meiji e Taisho, avverte tutta la drammaticità di questa fase di transizione, vive sulla sua stessa persona la perdita dei valori tradizionali legata alla diffusione del capitalismo e all’occidentalizzazione, per questo egli desidera avvertire i suoi connazionali: la ricerca dell’individualismo può sfociare nell’egoismo. Questa visione pessimistica è influenzata, non a caso, dal viaggio che fa in Inghilterra.

In Kojin (il viandante) Soseki cerca di evitare il narratore onnisciente, la realtà è presentata come qualcosa di frammentario, c’è anche incoerenza temporale e un continuo intervenire dell’autore nella narrazione. Questa tecnica gli serve a disorientare il lettore e, allo stesso tempo, gli permette di descrivere la complessità dell’esperienza umana.

Questo stesso artificio narrativo utilizzato da Soseki per la stesura del suo Kojin è in realtà una tecnica molto diffusa nel Giappone letterario dell’epoca, perché l’esperienza umana è un qualcosa di frammentario, l’individuo è confuso, spaesato, così come il giapponese che si trova ad affrontare l’occidentalizzazione del suo paese.

In Kokoro esistono due personaggi principali appartenenti a due epoche diverse. Il sensei è legato all’epoca Meiji, lo studente invece all’epoca di transizione. L’opera è divisa in tre parti, “Io e il Sensei” “Io e i miei genitori”, “Sensei e il suo testamento”: l’opera è quindi un romanzo di formazione, in particolare descrive la crescita interiore del ragazzo, nonché opera confessionale per il sensei. Si diffonde infatti con la figura del vinto e del disadattato la necessità di raccontarsi, cosa che appunto sensei fa nel suo lunghissimo testamento.

La narrazione si sposta continuamente dal punto di vista del sensei a quella dello studente (i loro nomi non sono meglio specificati) per cui il narratore ha solo una conoscenza parziale delle cose. Il sensei ha infatti un segreto di cui non solo il ragazzo non è a conoscenza, ma non sa neanche della sua esistenza e scopre questo mistero proprio insieme al lettore, quando gli capiterà fra le mani la confessione del suo maestro.

La figura del sensei rappresenta uno dei destini possibili per il giovane, un ragazzo che non sta facendo altro che cercare un esempio al quale ispirarsi. Non a caso, lo studente prova per lui un’ammirazione tale da superare l’amore che prova per il suo stesso padre ed è contrariato all’idea di allontanarsi dal sensei per andare a far visita al padre che è molto malato. In questo modo Soseki propone varie tematiche:

  1. Sgretolamento della famiglia – lo studente preferisce il suo maestro, un estraneo, a suo padre;
  2. Ricerca del sé
  3. Triangolo amoroso (nella parte confessionale ossia terzo capitolo: è un argomento che Soseki tratta spesso)
  4. Fine dell’epoca Meiji e la drammaticità della transizione (nell’opera si fa riferimento all’evento e i personaggi seguono con palpitazione la malattia dell’imperatore)
  5. Passaggio vissuto in maniera drammatica fra passato e futuro, incapacità di adattarsi alle circostanze.

Lo studente perde il maestro, lasciando il padre morente. L’idea che si è fatto del sensei è sbagliata, è lo stesso Sensei a definirsi vigliacco, codardo e a distruggere l’opinione che il giovane si è fatto di lui. Il ragazzo è quindi un personaggio tragico.