La splendida cucina di Banana Yoshimoto

Kitchen è un romanzo di Banana Yoshimoto, pseudonimo della scrittrice giapponese Mahoko Yoshimoto. Il romanzo è stato pubblicato per la prima volta in Italia nel 1991 da Feltrinelli. 

Kitchen non è quello che si potrebbe definire un romanzo d’azione. Di genere introspettivo, a tratti psicologico, il romanzo è composto di poco più di un centinaio di pagine. Il personaggio principale è quello di Mikage, una ragazza che, dopo la morte della nonna, resta completamente sola. La cucina diventa dunque il suo rifugio, per Mikage rappresenta l’ambiente migliore di tutta la casa. La ragazza usa anche la cucina come metodo per capire le persone con cui si trova a stringere dei nuovi legami: se queste persone hanno una bella cucina, allora possiedono sicuramente una bella personalità.

I due temi del romanzo della Yoshimoto sono dunque, al contempo, il sentimento di smarrimento di fronte a una perdita e lo stupore e il timore dei nuovi incontri. Questi due sentimenti sono inseriti in un tessuto fantastico, a tratti allucinato, incarnato dall’enigmatica figura di Urara, una ragazza misteriosa, senza dimora e senza età, con la quale Mikage stringe un legame speciale di intesa e di amicizia. Le due ragazze condividono l’esperienza del dolore, a entrambe è sfuggito qualcosa di importante dalle mani e, tutte e due, sono legate a un ricordo che impedisce loro di muovere passi verso altre persone nonché una vita migliore, più serena ed equilibrata.

Kitchen è stato spesso criticato per i suoi toni un po’ infantili. Sono molti quelli che, leggendolo, hanno affermato che il romanzo abbia toni da “manga”, praticamente i nostri “cartoni animati”, e che i contenuti siano banali. Apparentemente, per molti lettori, questo romanzo lascia il tempo che trova, quindi, nonostante sia innegabilmente una piacevole lettura, non lascia alcuna traccia nella memoria di chi lo legge.

Essendo la prima opera di Banana Yoshimoto, il romanzo è sicuramente acerbo. Tuttavia, definirlo banale mi sembra un abuso dell’aggettivo. Sicuramente, ci sono romanzi psicologici e introspettivi molto più complessi e profondi, comunque i protagonisti di Kitchen sono persone giovani, che hanno poca esperienza della difficoltà della vita e che non si sono mai arrovellati il cervello prima della situazione spiacevole che si trovano a vivere. Probabilmente, anche il personaggio di Urara è, potremmo dire, fuorviante: questa anonima presenza che sembra essere nebbia tende a sdrammatizzare il tono altrimenti pesante della narrazione. Infatti, per essere un romanzo di perdita, di lutti e di solitudine, Kitchen si presenta paradossalmente come una lettura leggera.

Questo può portare a pensare che il romanzo sia, appunto, banale, perché non tratta certe tematiche delicate con il giusto metodo. Io lo vedo invece un approccio diverso, volutamente infantile, che l’autrice Yoshimoto ha voluto adattare, per accompagnarci fino all’ultima pagina del romanzo senza provare noia, per farci empatizzare con i personaggi e per facilitare la nostra immedesimazione con il loro dolore.

 

Piccola curiosità sul romanzo Kitchen

L’incipit del romanzo in italiano è

“Non c’è posto al mondo che non ami di più della cucina…”

La traduzione non è fedele all’originale giapponese, che dice invece “PENSO CHE il posto al mondo che io ami di più sia la cucina”. Nella versione giapponese, il senso di alienazione dei personaggi è molto più accentuato. 

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