Cipria bianca come neve. La geisha sfacciata di Yasunari Kawabata

“Il paese delle nevi” è un romanzo di Yasunari Kawabata, cominciato come un romanzo a puntate pubblicato dall’autore su diverse riviste in un arco di tempo che va dal 1935 al 1937. Vince il Premio Nobel della Letteratura nel 1968.

Il romanzo ha come tema principale la tormentata storia d’amore fra una geisha dell’onsen, ossia i bagni termali giapponesi, e uno studioso di Tokyo.

copLa storia d’amore fra Komako, la geisha, e Shimamura, uno studioso di arte e balletti, è tormentata e, tendenzialmente, fatta di incompletezze. Anche i personaggi in sé sono come incompleti, e non riescono a perseguire, individualmente, il loro obiettivo; è questo, in particolare, il caso di Shimamura, che nonostante studi danze e balletti occidentali, non riesce mai ad assistere a uno spettacolo, che gli permetta di verificare con i suoi occhi quanto faticosamente appreso su testo. Eppure, sembra una contraddizione dato che Shimamura scrive di balletto occidentale.

Komako ha invece una personalità tormentata. Sembra perennemente in lotta con se stessa, forse perché la sua natura di geisha o il suo passato da orfana e da ospite a casa di una specie di garante, le rendono impossibile vivere una storia d’amore come lei la vorrebbe davvero. Komako sembra avere due facce, così come possiede due visi: la figura di Komako incarna la figura della geisha tradizionale, non quella di città ma quella di provincia, che si trova a doversi adattare all’occidentalizzazione della cultura giapponese. La geisha, che come abbiamo già detto nella recensione del romanzo “Le memorie di una gesiha”, non è affatto una prostituta, deve possedere molte doti. Principalmente, la geisha è un’intrattenitrice, come una valletta o una ragazza immagine, che però deve saper fare qualcosa. Tutte le geisha devono saper cantare, danzare e suonare, e per questo ci sono gli okiya, che sono case dove le geisha vivono e vengono allevate da delle madri e dalle geisha più anziane. Comunque, Komako sembra non poter disporre di un vero e proprio insegnamento, così fa da sola pratica con il suo shamisen, strumento a corde tradizionale giapponese, riproducendo canzoni passate alla radio, che in questo caso rappresenta l’occidentalizzazione.

Il romanzo è ambientato in questo paese delle nevi non meglio definito, dove ogni anno una fitta neve cade, bloccando stazioni e treni in entrata e in uscita; è come se fosse lontana dal tempo e dallo spazio, come se una cupola coprisse la città, dove la geisha, emblema della tradizione giapponese, sembra lottare contro gli assurdi cambiamenti della società contemporanea.

Anche l’immobilità di Shimamura è emblematica: lui possiede una famiglia a Tokyo, e una vita tutta sua composta da moglie, prole e studi delle arti occidentali; poi c’è Komako, la geisha Komako, che ricorda a Shimamura della sua giapponesità.

Shimamura, dunque, è un uomo incompleto. Studia un’arte, e non riesce ad assistere neanche a uno spettacolo. Ha una storia d’amore con Komako, e le fa visita quando può, sfidando il freddo e le nevi, sebbene lei non sia una geisha di città ma una geisha osen, da bagni termali, e quindi di rango inferiore, e, nel frattempo, si ritrova spesso a pensare ad un’altra ragazza, Yoko, della quale si innamora su un treno, mentre lei si prende cura di un vecchio malato che viaggia con lei.

1898936Le ciprie e le polveri che coprono il viso delle geisha, sono dello stesso colore e dello stesso pallore della neve. Non è questa, certo, una coincidenza. Yasunari Kawabata desidera parlare del Giappone e delle trasformazioni a cui è obbligato con la globalizzazione, la perdita di identità, sia di Shimamura che scrive libri sul balletto occidentale senza aver mai assistito ad un solo spettacolo, che di Komako, che rimuove la cipria e si sveste della sua identità di geisha quando si trova col suo amato Shimamura.

Komako è una geisha bella e richiesta, che alle feste beve. Vittima di un gossip, viene spacciata per fidanzata a un uomo al quale non appartiene. Tuttavia, sembra molto sfacciata nel suo risolvere le situazioni, intrufolandosi nell’hotel dove alloggia Shimamura, di nascosto, pur di salutarlo anche se solo un minuto, o del modo in cui tratta Yoko, che è per lei amica e rivale d’amore.

Non a caso, il romanzo ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1968. I suoi toni delicati, la lentezza di certe parti, i dialoghi spezzati e i fraintendimenti, rendono il romanzo un enorme haiku.

Kawabara scrive anche La casa delle belle addormentate, romanzo che ispira Memoria delle mie puttane tristi di Gabriel García Márquez.

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